domenica 11 marzo 2012

1983 - Luna (Litfiba)

Il mio rapporto con i Litfiba, prima di ascoltare Luna/La Preda era stato più odio che di amore. Cominciava nei primi anni '90 quando frequentavo le medie e me li avevano fatti conoscere un mio carissimo amico coetaneo e mio fratello. Erano gli anni di El Diablo, Terremoto, Spirito, fino ai sempre più commerciali Mondi Sommersi e Infinito. Sempre peggio. Un rock di personalità, abbastanza aggressivo, ma che non mi entusiasmava abbastanza per quel fastidioso machismo che mi pareva di percepire.  
Qualcosa cambiò durante una competizione sonora che si svolgeva in più serate del 2001 all'Off-street di Barletta cui partecipavo anch'io, come tastierista di un gruppo che si chiamava Blitz For Money. Una sera assistemmo alla performace di una band che si chiamavano Urlo, mi pare, che aveva un cantante davvero matto, per i movimenti da contorsionista e la sua capacità di bere qualsiasi cosa gli passasse lo scatenato pubblico. Avevano cominciato con un pezzo la cui ritmica trovai davvero notevole e devastante cominciava con i seguenti versi:

Vai La nebbia ha un corpo leggero
E tu vai
Non senti quella voce dice "Dove vai!"
Vai Affilatissimo stiletto tu hai
Con lama a doppio taglio "Credi che ce la farai?"


Mi informai sul momento, si trattava di una cover di "La Preda" dei Litfiba. Possibile? I Litfiba? Ebbene scoprii che la band fiorentina poco più di un decennio prima era stata grande, leggendaria, forse davvero la migliore in Italia. Gli Urlo avrebbero poi proposto .Sweet Dreams versione di Marylin Manson per poi concludere con una scialba cover di "Qualcosa di grande" dei Lunapop.


Parì così la mia ricerca, inizialmente con il potente live su Croce e Delizia, per poi conoscere le magiche atmosfere della versione originale grazie a degli mp3 passatomi dal chitarrista del mio gruppo ed esperto "litfibologo". La ricerca  mi portò allora nella cupa Firenze dei primi anni 80', che si traveste di dark-wave con tre gruppi seminali: i primi, insuperati Litfiba, i Diaframma di Federico Fiumani e i Neon. In particolare, nel 1982 i Litfiba registrano Luna come lato B dello splendido EP Guerra/Luna non ancora ebbri del successo commerciale degli anni a venire. Ma la versione perfetta di Luna è a mio avviso quella di uno dei 45 giri più importanti del movimento fiorentino e del rock alternativo italiano in generale: Luna/La Preda. E' sin dalla formazione davvero stellare del gruppo che si può comprendere che non può trattarsi altro che di una capolavoro: Piero Pelù, frontman e showman che trasforma i live in eventi davvero memorabili con danze e movimenti da vero contorsionista; Ghigo Renzulli, chitarrista rock di forte impatto sonoro come pochi in Italia all'epoca; Gianni Maroccolo, la faceva da padrone con quel suo basso ipnotico che era il vero marchio di fabbrica del sound iniziale del gruppo, prima della fuga ribelle verso i CCCP; il tastierista grande Antonio Aiazzi che riempiva gli arrangiamenti di new-wave; infine, alla batteria, Renzo Franchi, in attesa di lasciare il posto al compianto Ringo De Palma. Il disco fu inciso come premio della vittoria del secondo festival rock di Bologna e per la promozione dell'EP "Litfiba" uscito l'anno precedente. 

La Preda è un pezzo straordinario, ma forse di poco superiore è Luna, a mio avviso il miglior brano dark-wave italiano per l'ipnosi che sono in grado di trasmettere la voce di Pelù e il basso di Maroccolo, supportati dalla chitarra di Renzulli e dai taglienti inserimenti delle tastiere di Aiazzi fino al climax finale davvero allucinato:

In un sogno o no, ma eravamo strani
La nostra notte viaggiava veloce
E noi uomini, noi vinceremo
sarà quella sfera nelle nostre mani!

Un testo abbastanza ermetico che parla di sfide e mondi lontani cui si potrebbe discutere per ore. Tre curiosità: 

1 - causò non pochi problemi quella parte che recitava "Sarò un re o un dittatore" che catturò l'attenzione di diversi skinheads che con non poco imbarazzo della band fiorentina si presentava ai loro concerti;

2 - su Youtube si trova una performance nel programma Fresco Fresco sulla Rai, mai andato in onda, in cui, una giovanissima e sconcertata Maria Teresa Ruta, presenta i Litfiba che si esibiscono con un brano così cupo in un lido pieno di bagnanti disorientati di fronte ad un'esibizione terribilmente allucinata di Pelù che dà il meglio delle sue contorsioni e al grido "Il sangue è un dittatore" si cosparge della vernice rossa sul volto mentre i musicisti mettono in bella evidenza il playback con i cavi staccati. 

3 - in alcuni live il brano è più lungo e viene aggiunta una parte di testo dai toni molto forti seppur sempre enigmatici.


L'anno scorso, come se il destino avesse deciso che avremmo dovuto incontrarci, ho trovato il prezioso EP tra i vinili della collezione di mio padre che non sapevano nemmeno chi fossero e che se lo è ritrovato in maniera abbastanza casuale, non sapendo di avere tra le mani un pezzo di storia della musica indipendente italiana, chenegli anni a seguire si sarebbe svenduta al grande pubblico. In un sogno o no, ma eravamo strani.

mercoledì 11 gennaio 2012

Fernando Di Leo, il maestro pugliese del noir

Vorrei dedicare il primo post dell'anno a Fernando Di Leo, compianto e rivalutato regista che oggi avrebbe compiuto 80 anni. Vari sono i fattori che mi legano a questo personaggio, oltre la passione per la regia: rappresenta l'unico degno esponente del cinema noir in Italia ed è originario di un paese vicinissimo al mio: San Ferdinando di Puglia. Tuttavia, il noir di Di Leo, venerato da Tarantino, che gli ha dedicato una rassegna quando è stato presidente della Mostra del Cinema di Venezia, non è un noir come quello americano e nemmeno come quello francese, pur essendo considerato il Melville italiano. 


Di Leo è stato un vero regista e intellettuale indipendente capace di imporre uno stile personale a un cinema di genere come nessuno ha mai saputo fare in Italia, capace di esprimere  una precisa visione ideologica e politica attraverso dialoghi (es. sulla presenza della mafia a Milano e coinvolgimenti di politici italiani) a Milano e i personaggi (indimenticabili i villain delle sue pellicole). Assolutamente da non perdere la Trilogia del milieu interamente girata tra il 1972 e il 1973 (Milano Calibro 9, La Mala Ordina, Il Boss). La violenza ben coreografata dalla ricerca stilistica del regista, dialoghi a volte laconici altre volte impegnati, colonne sonore originali memorabili (Luis Bacalov e Osanna), attori ben diretti (Gastone Moschin, Mario Adorf ed Henry Silva su tutti) negl anni successivi avrebbero lasciato in eredità, nel cinema italiano degli anni successivi, il modesto poliziottesco che ha visto come esponenti registi di calibro ben diverso. 

Il grande noir italiano è durato solo un biennio, cercasi degni eredi.


Ecco, infine, una bella intervista di Paolo Ruffini in cui è possibile cogliere la concezione di cinema per Di Leo.

venerdì 16 dicembre 2011

1980 - Prospettiva Nevskij (Franco Battiato)

Franco Battiato è senza ombra di dubbio uno dei più originali autori del panorama musicale italiano da più di 30 anni. Mi piace definirlo Cantore del "mistico", richiamando un termine molto utilizzato nelle sue canzoni. Mistici come i luoghi e le atmosfere in cui ti trasportano le sue canzoni. La discografia di Battiato è sterminata e credo di essere troppo pigro per analizzarla in maniera completa, così spesso mi lascio trascinare da ciò che mi capita del Maestro. Se poi ciò che ti capita è avere un coinquilino abruzzese appassionato di Battiato, dei suoi classici e soprattutto delle sue chicche meno famose, allora siamo sulla strada giusta. E sulla strada giusta dovevamo essere quella sera di circa un anno fa quando in macchina in balia della playlist del mio coinquilino, tra un successo commerciale all'ultimo grido e una canzone di Vasco Rossi dagli altoparlanti spunta improvvisamente questa canzone...mistica. Come spesso capita nelle canzoni del Maestro il richiamo è a mondi lontani e nello specifico alla Russia di tanti anni fa, vista, appunto da una prospettiva Nevskij. E così ci si lascia trasportare dalla sua voce che racconta di mitra, balletti, orinali sotto il letto e i film di Eisenstein. Fino ad arrivare al culmine. Li ho contati: sono i 17 secondi tra i più belli della storia della musica leggera italiana quando Battiato ripete per due volte la seguente frase:

E il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire.

Una canzone il cui ascolto è particolarmente consigliato quando si desidera fuggire dal contesto reale.


sabato 19 novembre 2011

1967 - I'll Be Your Mirror (The Velvet Underground & Nico)

Scegliere una canzone per il 1967 rappresenta una delle imprese più difficoltose che ci possa essere un musicofilo, poiché rappresenta l'anno d'oro della storia della musica contemporanea con correnti e avanguardie che fioriscono soprattutto in USA e UK. In questo anno sono stati partoriti grandi album, molti di esordio, che rappresentano vere pietre miliari del rock. Ne cito solo qualcuno:

- "The Doors" - The Doors
- "The Velvet Undergroun & Nico" - The Velvet Underground & Nico, con in copertina la famosa "banana sbucciabile" di Andy Warhol
- "The Paiper at the Gate of Down" - Pink Floyd, quelli di Syd Barret
- " The Who Sell Out" - The Who
- "Chelsea Girl" - Nico
- "Surrealistic Pillow" - Jefferson Airplane
- "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Band" - The Beatles

Per chi volesse approfondire consiglio questo link.

Le canzoni sono davvero tante ed elencarle è un'impresa, tuttavia provo a citarne qualcuna:
- "Femme Fatale" - The Velvet Underground & Nico
- "I'll Be Your Mirror" - The Velvet Underground e Nico
- "Heroin" - The Velvet Underground
- "Sunday Morning" - The Velvet Underground
- "White Rabbit" - Jefferson Airplane
- "Somewhere There's a Feather" - Nico
- "Astronomy Domine" - Pink Floyd
- "The Gnome" - Pink Floyd
- "Mary Anne With the Shaky Hands" - The Who
- "Sunrise" - The Who
- "The End" - The Doors
- "Lucy in the Sky With Diamonds" - The Beatles
- "Tin Soldier" - Small Faces
- "Mellow Yellow" - Donovan
- "What a Wonderful World" - Luis Armstrong
- "Respect" - Aretha Franklin

L'ardua scelta la restringerei al grandissimo album dei Velvet Underground & Nico, e in particolare a due canzoni: "I'll Be Your Mirror" e "Femme Fatale", tuttavia scelgo la prima per l'universalità delle sue bellissime parole racchiuse in poco meno di tre meravigliosi minuti di canzone che catturano sin dall'inizio:
I'll be your mirror
Reflect what you are, in case you don't know
I'll be the wind, the rain and the sunset
The light on your door to show that you're home
When you think the night has seen your mind
That inside you're twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands
'Cause I see you
I Velvet Underground sono riconosciuti all'unanimità come uno dei gruppi più influenti della storia del rock. Per la prima volta si raccontava nelle canzoni di spacciatori, travestiti, feticismo. L'album del 1967 rappresenta  l'opera perfetta grazie alla produzione di Andy Wharol e la collaborazione della musa tedesca dalla voce vellutata Nico. Solo la copertina ti fa venire voglia di comprare l'album, ma la mia introduzione ai Velvet Underground fu alla fine degli anni '90 grazie a un best comprato da mio fratello.

Per il 1967 mi riserverò di scrivere post anche su altre delle canzoni che ho elencato. Buon ascolto.


mercoledì 9 novembre 2011

2010 - Dai Graffiti del Mercato Comunale (L'Officina della Camomilla)

Qualche settimana fa mi iscrivo a un gruppo su Facebook, Ascolto musiche indie e gruppi sconosciuti. Un gruppo perfetto per la mia inguaribile e malsana ossessione di scoprire qualcosa di nuovo. Tra i video pubblicati dal gruppo mi colpisce l'immagine anteprima e il titolo della canzone "Dai graffiti del mercato comunale" de L'Officina della Camomilla. 

L'impatto è di quelli che non avevo da tempo: quattro ragazzi conciati come carnevalesche markette suonano nella cornice di una discarica e i sovrastanti palazzi in costruzione della periferia sullo sfondo. I loro strumenti sono chitarra acustica, xilofono, tastierine e microfoni giocattolo, a supporto una vecchia radio. Tutto è molto lo-fi: audio, video, scenografia. Poi comincia il canto quasi infantile marcato da una "r" moscia e delle parole che catturano con loro nonsense:

Cecilia oggi, sul presto, ti và di dar fuoco alla scuola?
A cavallo del mio mostro d'armadio,
scatteremo polaroid pop,
          a tutti gli studenti morti nel falò-lò-lò-lò

Il video va avanti con i ragazzi che ad un certo punto cominciano a bruciare strumenti, lottare con spade giocattolo e mazzi di fiori e il frontman che spacca la chitarra acustica dalla quale sembrano uscire tante matite colorate.


Li cerco un po' sul web, tra siti musicali, Youtubemyspaces e fan page Facebook, trovando canzoni tanto naif quanto interessanti e divertenti come Ti porterò a Cena sul Braccio della Ruspa, Una Lunga Serie di Colazioni Sotto il Mandorlo e La Canzone di Piera. Gli Officina della Camomilla vengono da Milano, il vocalist-leader è classe '91 e si chiama Francesco de Leo, sono attualmente senza contratto e senza una lira ma stanno riscuotendo un discreto successo sul web tanto che è nato un gruppo su Facebook per portarli a Roma: cercasi locale che paghi abbastanza per coprire le spese di viaggio e magari qualche anima buona che fornisca un alloggio.

Non contento, sempre su Facebook, sono riuscito a contattare il tastierista/xilofonista del gruppo, Claudio Tarantino che mi concede una sorta di "intervista" allo scopo di entrare in possesso di qualche retroscena della canzone e del video. Claudio è molto gentile e mi rivela che l'intro musicale non è altro che un omaggio a "It's Not Over Yet" dei Klaxons ed è stata scritta da Francesco De Leo. In particolare Claudio mi rivela: "Abbiamo usato Garage band e una chitarra acustica quindi elementi base. Il testo è un pout pourri di sensazioni e immagini che evocano l'indisposizione di giovani liceali che al liceo proprio non ci vogliono stare. Dai graffitti del mercato comunale proprio perchè si è immaginato un mix di scritte e dediche inventate sul muro di un mercato comunale dietro casa di Francesco". 

Poi, sul video:  "lo girammo in zona Cimiano, era un'ala di smaltimento di un cantiere. Si era stabillizzato un piccolo campo rom con addirittura delle capre e l'obiettivo principale era appunto fare delle riprese anche con le capre che però erano molto timide".

Intanto i fan del gruppo aumentano e si cerca sempre un locale che abbia l'intuizione ospitare per la prima volta a Roma un gruppo italiano originale come pochi che un giorno farà molto parlare di sé. Intanto, in bocca al lupo..."camomilli"!


venerdì 28 ottobre 2011

Gli Zombies a Ponte Milvio


Quando G.A. Romero nel 1978 girò "Zombi" immaginò che a un certo punto gli zombies assalissero un centro commerciale negli Stati Uniti in preda allo stesso irrefrenabile bisogno di consumismo che li aveva contraddistinti in vita. Nel 2011 gli Zombies sono tornati, a Roma, per assalire il nuovo megastore Trony di Ponte Milvio, il più grande d'Europa, in occasione della sua inaugurazione. Lo Zombie moderno tuttavia è internettizzato e comincia ad organizzare i suoi assalti dal web: attratto dalla massiccia campagna di prodotti hi-tech sottocosto (es. iPhone 4 a 399 euro) si muove prima sui forum e su Twitter alla ricerca di suoi simili, senza diffondere tuttavia troppo la voce perché la mattina successiva, all'alba, deve essere uno dei primi, magari provvisto di sacco a pelo per dormire lì. Il giorno del giudizio migliaia di zombies sono davanti al megastore per portare via "a pochi spiccioli" iPhones, notebooks, tv lcd, telefonini e qualche elettrodomestico e a questo punto la città impazzisce: tangenziale chiusa, traffico paralizzato, mezzi pubblici bloccati. E gli umani si incazzano, e cominciano ad insultare gli zombies sul web, Twitter, Youtube e  Twittare su Trony comincia ad essere considerato addirittura "cool". 

Gli Zombies diventano l'incompresa feccia della società che fa ritardare lavoratori, concorsi pubblici, consigli municipale. Per colpa loro un uomo non riesce ad assistere alla laurea della moglie. La gente si lamenta soprattutto dell'ipocrisia tipica dello zombie che si lamenta della crisi e poi non va nemmeno a lavorare per assaltare i centri commerciali e acquistare beni non di prima necessità. Ma la colpa sarebbe anche del sindaco Alemanno, che per l'ennesima volta ha definito "imprevedibile" un evento previsto il giorno prima per i blog. Forse Gianni dovrebbe smanettare un po' di più su internet e tener d'occhio da lì anche le previsioni del tempo...aiuterebbe a governare meglio! 

E Trony? I giorni prima gli zombies entusiasti inneggiavano sui forum al famoso slogan "Non ci sono paragoni", ma gli umani incazzati su Twitter aggiungono: "...ma solo coglioni!".

Intanto le offerte stanno finendo, la folla davanti a Trony piano piano svanisce e gli zombies-internauti si danno appuntamento al prossimo assalto.


lunedì 24 ottobre 2011

1965 - Milk and Honey (Jackson C. Frank)

Esistono trailer che sono molto più interessanti dei film che vogliono pubblicizzare. A mio parere un esempio eclatante è quello di The Brown Bunny un film diretto nel 2003 dal più narcisista dei registi indipendenti: Vincent Gallo. Dopo essere stato folgorato da Buffalo '66, prima pellicola dell'attore, modello e musicista Gallo avevo quasi bisogno di vedere un altro suo film così sono corso subito ad indagare circa la sua filmografia. Ho scoperto che la sua seconda opera era appunto The Brown Bunny, un film considerato maledetto a causa di una scena esplicita di fellatio che vedeva protagonisti l'attore-regista e una coraggiosa Chloe Sevigny (si dice che tra loro sarebbe nata una relazione sul set). L'errore più grande di Vincent Gallo è stato sbattere in faccia questa scena al pubblico ultra-chic di Cannes, il quale, colto da borghese ribrezzo ha impietosamente considerato The Brown Bunny "il peggior film mai proiettato nella storia della rassegna". Per Gallo quell'esperianza segnò la fine prematura della promettente carriera di regista e un'ostracismo dal mondo del cinema durato diversi anni. 

Nonostante tali premesse, ero comunque deciso a guardare questo film, tenendo fede alla mia missione da cinefilo e ho cercato subito il trailer su Youtube per farmi una prima idea. Il trailer era semplicemente incantevole, uno dei migliori e più originali che abbia mai visto, per due motivi: era montato in split screen (schermo diviso in due parti ognuno dei quali raffigurava momenti diversi del film) e, soprattutto, aveva come colonna sonora una canzone bellissima, con una chitarra emozionante e una voce di grande personalità e carica intimistica. Le prime parole, bellissime, recitano così:

Gold and silver is the autumn
Soft and tender are her skies
Yes and no are the answers
Written in my true love's eyes


Altre ricerche per il web: di che canzone si trattava? Risposta: "Milk and Honey" di un certo Jackson C. Frank. Ma chi è costui? C'è bisogno del Wikipedia in inglese per avere una risposta: a quanto pare di lui non si sa molto, è un cantautore folk americano nato nel '43 e morto nel '99. Nel 1965 ha pubblicato un album intitolato semplicemente "Jackson C. Frank"  che avrebbe influenzato diversi autori folk indipendenti, primo tra tutti Nick Drake, che avrebbe registrato anche una cover della canzone stessa. Una grande e piacevole scoperta dato che "Milk and Honey" è solo una delle meravigliose tracce di questo album che è una vera e propria pietra miliare del folk indipendente americano.





Forse molti adesso mi chiederanno: e The Brown Bunny? Poi l'hai visto? Beh, il film è roba da cinefili molto allenati, con pochissimi dialoghi, lentezza assoluta, manifesto definitivo dell'egocentrismo delirante del regista che trova il suo culmine nella scena di fellatio in cui mostra il proprio fallo al mondo intero. Tuttavia un vero film di cinema indipendente, minimalismo e realismo allo stato puro, con un discreto lavoro di fotografia, ovviamente curato dallo stesso Vincent Gallo.Curioso notare che Milk and Honey non la si ascolti durante il film, nonostante ciò la colonna sonora del film resta assolutamente da menzionare.