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sabato 24 novembre 2018

[Intervista] Merio: pezzi di vita, senza girarci troppo intorno

Merio è l'altra faccia degli influenti Fratelli Quintale, a settembre è uscito il disco d'esordio "Pezzi di Merio" per Costello's, 10 pezzi di rap autentico, 10 pezzi di vita, senza girarci troppo intorno. Un album che nasce "dall’essere cresciuto dietro al bancone e dall’affogarci davanti, da banche e da barche, da incontri con conigli bianchi e da influenze di Plutone, da party e da buchi neri, da pezzi di pane e da pezzi di Merio, il tutto ricomposto dalla direzione artistica di A. Manenti e dalla testardaggine di Mario".
Noi di Sei tutto l'indie di cui ho bisogno lo abbiamo intervistato prima del bellissimo live del 16 novembre scorso insieme a Postino e Generic Animal al Monk.



Chi è Merio? Cosa ascoltava da ragazzino e cosa ascolta ora?

Ma chi è Merio? A volte non lo so nemmeno io.

Come descriveresti il tuo ultimo album “Pezzi di Merio”, per chi non lo ha ancora ascoltato?

Sono pezzi di vita vera senza girarci attorno e senza prendersi per il culo. È un tête à tête con lo specchio.

Parlaci un po’ della genesi del tuo album: quali sono le persone fondamentali che vi hanno partecipato? C’è un aneddoto che vuoi raccontare?

Le figure fondamentali che hanno contribuito alla realizzazione del progetto sono Markino e A. Manenti, amici da una vita nonché inseparabili compagni di merende. L'aneddoto non si può raccontare 🐇

Qualche giorno fa, a poche settimane di distanza dall’album,  hai fatto uscire il singolo “Mario Martello”. Come mai questa scelta?

Il disco è un antipasto, abbiamo un sacco di materiale già pronto e siamo sempre in studio a cucinare.

Che sensazioni ti trasmette suonare a Roma?

È la prima volta che suoniamo a Roma, è una vita che volevo farlo, quando ci sono stato in vacanza mi sono sempre divertito un sacco. I romani sono dei pazzi.

Pur venendo del rap il 16 novembre ti troverai catapultato in un contesto “indie”. Cosa significa per te musica “Indie”? Ti ci ritrovi in qualche modo?

Ah ma non c'è solo la trap?

lunedì 22 gennaio 2018

Sei tutto l'indie Fest Preview: intervista a Federico Fabi e Bombay



Il 2 febbraio al Monk a Roma andrà in scena la Sei tutto l'indie Fest Preview, un'anteprima di quella che sarà la seconda edizione del Sei tutto l'indie Fest che si terrà nel celebre live club della Capitale la prossima primavera. L'appuntamento si svolgerà nell'ambito di una super serata che vedrà protagonisti i Pinguini Tattici Nucleari, Mudimbi e John Canoe. Seguirà il dj set di Leopardi, dalla community Indiesagio.

Protagonisti della Sei tutto l'indie Fest Preview saranno due "mine vaganti" del cantautorato underground romano: Federico Fabi e Bombay. I due artisti presenteranno le rispettive autoproduzioni in uno show case acustico nel salotto del noto live club romano.

"Io e me x sempre" è l'album d'esordio di Federico Fabi, classe '94, cantautore decadente e visionario a metà tra Daniel Johnston e Bonn Iver. Otto tracce all'insegna dell'amore sofferto e accartocciate dentro istantanee sbiadite.


"Ritratto di Bombay" è il terzo album di Gabriele Di Majo,  classe '78, in arte Bombay: un cantautorato sghembo, solare, ironico e amaro nello stesso tempo capace di raccontare emozioni e attimi di vita quotidiana.


Vite, quartieri e generazioni diverse ma stessa indole ribelle e stile rigorosamente lo-fi. Abbiamo pensato di intervistali, ponendo a entrambi le stesse domande.

1. Come ti sei approcciato alla musica? Spiegaci come è iniziato tutto.

FEDERICO FABI: È iniziato tutto quando sono stato bloccato su tutti i social dalla mia ex visto che dal vivo è difficile incontrarla e la gelosia del suo nuovo ragazzo. Dato che le avevo promesso che sarei rimasto in qualche modo, ho pensato che la musica fosse l'unico modo per arrivare a lei, per farmi ascoltare, per dirle che mi manca.

BOMBAY: Faccio musica da quando ero un pischelletto (gergo romano per giovane incosciente e spensierato): punk elettronica o techno non era importante, ho sempre adorato quella sensazione di creare musica con qualsiasi mezzo disponibile. Per me crescere è andato di pari passo con la musica che ascoltavo, più ne scoprivo e più mi formavo. E oggi è ancora così, un universo in continua espansione. Adesso suono chitarra e voce e scrivo queste canzoni un po’ stonate e storte senza preoccuparmi troppo se le faccio bene e se canto intonato perché quello che mi piace è fissare il momento della creazione senza troppi orpelli, in maniera semplice e diretta. 


2. Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

FF:  La mattina appena esco dal portone accendo la sigaretta, metto le cuffie e parte Supersonic degli Oasis, per farti capire il mood. "For Emma" di Bon iver è sicuramente un album che mi ha ispirato. Poi non può mancare De Gregori, a cui devo molto.

B: Eh… non so mai come rispondere a questo tipo di domande. Io sono fan di tutti e di nessuno. Ascolto musica che decido io, non seguo le uscite del momento perciò faccio ascolti diversi e eterogenei. Tra i miei all time favourite ci sono i Jesus and Mary Chain, i Pixies, i FBYC, Federico Fiumani, Joy Division, Venditti, Bruno Lauzi, Caterina Bueno, la techno di Detroit, i canti di montagna, i Tear me down, Omar S, i dischi della L.I.E.S., i Distanti, Max Ernst, Hopper, Aphex Twin, Alessandro Fiori, i Seed’n’Feed e i lavori da solista di Lorenzo Dinelli, i Fugazi, i Bad Religion….. potrei andare avanti parecchio perché la musica mi accompagna da sempre.  


3. Parlaci del quartiere romano in cui sei cresciuto.

FF: Spinaceto penso sia uno dei quartieri più particolari d'Italia. È costruito su una lunga via divisa da grandi palazzoni grigi. L'architettura ha qualcosa di metafisico. La gente è fantastica, è pieno di pazzi. Quando sarò ricco sfondato rimarrò a Spinaceto, magari nella stessa casa in cui abito ora.

B: Io sono cresciuto in provincia e presto mi sono trasferito a Roma, quartiere Torpignattara. All’epoca, 20 anni fa, era una zona di confine abitata prevalentemente da arabi  e famiglie romane storiche, adesso ci sono diverse etnie che convivono più o meno pacificamente. Il quartiere ha sempre contato sulle sole forze interne: pulivamo il parco e le strade da soli e si cercava di stare bene con tutti. È comunque un quartiere difficile che vive molte contraddizioni e una condizione di degrado oramai cronica anche se da qualche anno, complice la gentrificazione, si prova a farlo diventare un quartiere alla moda, come propaggine del divertimentificio/Pigneto ma non è così facile perché c’è vita vera a Torpignattara, gente che vive il quartiere quotidianamente e non è disposto a cederlo ai localari. Da un anno mi sono trasferito in un quartiere diverso, causa paternità <3, a Montesacro e la vita è abbastanza diversa dal mio vecchio quartiere, sembra un paese e si respira meglio e la gente è diversa, più calma, non esiste movida (quasi) e tutti si salutano per strada e ho dei bellissimi vicini. Inoltre  tanti amici che suonano abitano vicino.

4. C’è ancora spazio per il cantautorato underground in una scena indie che strizza sempre più l’occhio al pop?

FF: Boh, io mi sono messo in cantina a scrivere e registrare. È uscito qualcosa, spero buono. Ora non so come è etichettabile il mio lavoro. Non me ne frega niente del contesto, basta che la gente canti le mie canzoni e mi paghi da bere.

B: Per me ci sarà sempre e poi non me ne preoccupo perché seguo pochissimo la scena pop italica, ma come dico sempre: tranquilli ragazzi c’è spazio per tutti.


5. Come ti vedi tra 10 anni?

FF: Male.

B: Pedalando con la famiglia e chissà in quale città o paese. Si, se ci penso mi viene da ridere perché in realtà starò dove sto adesso: a lavoro la mattina e a suonare il pomeriggio e la sera, magari portando mia figlia in giro con me. 

giovedì 22 settembre 2016

Cambogia, il nuovo fenomeno pop dell'indie italiano? [INTERVISTA]

Cambogia è lo pseudonimo di un nmisterioso artista che che irrompe come un fulmine a ciel sereno sulla scena indie con il video di Il mare non è niente di speciale subito chiacchierato e condiviso sui social. Un pezzo molto pop, ruffiano al punto giusto ma che non disdegna citazioni colte come quelle di Battisti e Pasolini.

Incuriosito da questo hype improvviso ho deciso di contattare la persona che si nasconde dietro questo progetto, cercando di capire qualcosa in più sulla sua identità e sull'album che uscirà a novembre.


Ciao Cambogia, è arrivato il momento di svelare la tua vera identità. Chi sei?
Il mio vero nome è Andrea F. [l'intervistato ha volutamente dichiarato di non voler svelare il suo cognome, almeno per il momento, ndr], sono nato negli anni '80 a Catania, ho una folta barba rossa a cui faccio regolari shampoo, ed ho un gatto nero.

Come ti sei affacciato al mondo della musica? Hai esperienze precedenti?
All’età di 10 anni, prima iniziando a suonare il pianoforte e poi la chitarra acustica da autodidatta. Credo che la voglia di suonare mi sia stata trasmessa da mio padre che da piccolo mi faceva ascoltare tutti i suoi cantautori italiani preferiti. Poi crescendo ho iniziato ad ascoltare moltissimo tutta la scena shoegaze e l’indie americano (Pavement, Wilco, etc). Il mio primo gruppo sono stati i Pink Flowers (avevo 16 anni), un progetto di musica low-fi vicino alle sonorità dei Beat Happening, facevamo cacare.

Leggendo un po’ di commenti al tuo video si parla di una certa influenza nel sound e nel mood di Calcutta, avvalorata anche dalla scelto dello pseudonimo e del nome della pagina Facebook. Calcutta è stato indubbiamente fenomeno indie italiano dell’ultimo anno. Non ti chiedo se questa influenza è reale, ma cosa ne sarebbe tuo progetto se un anno prima non fosse uscito Mainstream?
Cambogia in realtà è nato tempo fa. Il motivo è che il primo disco in assoluto che ho comprato è stato Fresh Fruit for Rotting Vegetables dei Dead Kennedys. Era una ristampa troppo scarsa e si sentiva malissimo. Non prendevo più lezioni di pianoforte da un po' e dopo aver ascoltato quell'album ho chiesto a mio padre di comprarmi una chitarra. Lui forse si aspettava che suonassi De Gregori e Venditti e invece volevo essere Jello Biafra che era il mio idolo totale. Dopo un paio di anni mi sono calmato e volevo essere come Calvin Johnson perché non ho tanta presenza scenica e sono meno incazzato di Biafra. Quando da adulto ho iniziato a registrare la mia musica a casa, ho pensato di usare un nome d'arte che ricordasse un posto non proprio tranquillo e Holiday in Cambodia ha chiuso un cerchio.            
Poi c'è il mio amico Schillaci che dice sempre “Cambogia” per indicare situazioni di disagio e caldo, tipo quando si va in tour o quando si esce a Catania d'estate. Era il nome giusto.
Uscendo solo ora, con un nome così simile a quello di Calcutta, immaginavo già che la gente mi potesse accusare di averlo scelto per moda o roba del genere, per cui ho volutamente calcato la mano (tipico di me), e mi sono detto “verranno comunque a farti notare questa somiglianza, tanto vale fare incazzare un po’ di gente e giocarci su”. Per quanto riguarda l’influenza di Mainstream, non credo di averla subita, credo che ci siano di mezzo influenze musicali molto simili, ma per dire realmente se il mio progetto somiglia a Calcutta, o a qualsiasi altro, forse è il caso di aspettare l’uscita dell’album, per quanto ne possiate sapere potrebbe esserci un pezzo pop e il resto potrebbe essere pure à la Gigi D’Agostino

Nelle descrizioni del video de "Il mare non è niente di speciale" si legge che anteprima del nuovo album di Cambogia "La Sottrazione della Gioia" in uscita a novembre 2016 per Napalm Dischi. Esiste davvero questa etichetta?
“Napalm Dischi” è un nome di fantasia, che fa il verso un po’ alla metallara Napalm Records, un po’ alla Bomba Dischi, e non dimentichiamo Apocalypse Now girato quasi tutto in Cambogia. Dietro questo nome si cela un’altra etichetta che si è prestata al gioco, e che verrà svelata con l’uscita dell’album.

Sempre ne "Il mare non è niente di speciale" citi l’estate, Battisti, Mogol, Festivalbar, Pasolini. Cosa significano questi ingredienti  per te?
Non amo particolarmente l’estate, e neanche il mare, ma mi piace moltissimo Battisti, che per me rimane il più grande artista italiano in ambito musicale (al pari solo Lucio Dalla), il pezzo gioca su queste ambivalenze affettive e ogni tanto mi manca il Festivalbar. Ma solo i pezzi tamarri cantati in playback. Per Pasolini c’è tutto un discorso a parte: ad oggi se si osa dire una parola fuori posto su di lui si può rischiare il linciaggio. Potrei ritrovarmi i sui numerosissimi ammiratori sotto casa.

Che tipo di anticipazione ed esclusiva puoi darci sull’album in uscita?
È un album abbastanza pop, uno di quelli che ha dei brani che puoi cantare in macchina nel traffico, sotto la doccia o quando sei sovrappensiero. Ha una tracklist decisamente eterogenea di 10 pezzi di cui 2 strumentali, da qui alla pubblicazione dell’album usciranno altre anticipazioni.

Cosa pensi della scena indie contemporanea? Quali artisti ti senti di segnalare?
La conosco a malapena, da quando lavoro non ho più tutto il tempo che avevo una volta per ascoltare tutta la musica che mi va, perciò mi focalizzo solo su poche cose, per lo più straniere. Ad esempio ultimamente la mia attenzione è polarizzata su un’artista emergente che si chiama Okay Kaya, un ex modella con una voce da angelo, credo che se ne sentirà parlare parecchio nel prossimo futuro.

Qual è la considerazione della musica alternativa in una città come Catania?
Catania ha una grandissima tradizione musicale da Battiato agli Uzeda. attualmente questa scena un tempo florida si è un po’ appannata, c’è parecchio fermento e molta competizione tra gli artisti locali soprattutto in ambito “indie”, il che è ridicolo dato che nella maggior parte dei casi si parla di un pubblico veramente piccolo. La definirei “una guerra tra poveri”.

Prova a fantasticare un po’: cosa ne sarà di Cambogia tra 5 anni?
Fonderò un progetto musicale e lo chiamerò Paolo Fox in maniera da poter prevedere gli eventi futuri, non solo miei ma anche quelli di chi mi sta accanto.

E di Calcutta?
È già difficile parlare di noi stessi, figuriamoci degli altri, in ogni caso non credo si tratti di una meteora, perlomeno glielo auguro. Credo che nell’immediato futuro dovrà fare i conti col peso di bissare un album di successo, la storia insegna che sarà il prossimo album il momento cruciale della sua carriera. A me verrebbe l’ansia solo a pensarci. Sì, sono un ansioso.



venerdì 26 febbraio 2016

[INTERVISTA] Paolo Sessa (Malatja): il professore/rocker e l'album della svolta

Ho avuto l'onore di scambiare quattro chiacchiere con Paolo Sessa, frontman dei Malatja, storico trio di Angri (SA) che si è affermato grazie a un rock energico e testi in dialetto con punte di ironia. 

Nati nel 1993, mentre a Seattle sbocciava il grunge, i Malatja resistono ancora insieme  a tutta a forza che caratterizza i loro seguitissimi live. Ma la figura di Paolo Sessa desta curiosità anche per la sua vita "a due facce": la potenza e l'inibizione dei live sembrano di fatto scontrarsi con la rigorosa veste che Paolo è tenuto ad assumere nella vita di tutti i giorni: professore di Italiano e Latino presso gli istituti superiori.

Intanto in primavera uscirà il nuovo album, segnato da prestigiose collaborazioni e una svolta che potremmo definire "epocale". Ho posto un po' di domande a Paolo, a proposito dei Malatja, del nuovo album e della curiosa convivenza tra rocker e professore nei panni della stessa persona.



Ciao Paolo, i Malatja sono reduci da più di 20 anni di carriera con alle spalle quattro album e innumerevoli live. Cosa significa per te questo progetto, come e quando nasce?

E' un progetto del tutto nuovo per noi perché è il primo lavoro in lingua italiana e ti assicuro che nasce da un'esigenza del tutto spontanea. Avevo bisogno di scrivere in italiano era il momento di farlo e non saprei dirti il perché.

Quali sono  gli artisti italiani e internazionali che hanno maggiormente influenzato la tua formazione musicale?

Adoro Hendrix, sono cresciuto a pane e Sex Pistols passando per il grunge, ma ti assicuro che ascolto i grandi della musica di ogni genere e divoro inediti di continuo.

Forse non tutti sanno che dietro un inossidabile rocker come te si nasconde un professore di italiano e latino. Qual è il rapporto con i tuoi alunni? Cosa pensano della tua “seconda vita” da rocker? La musica in qualche modo influenza la tua professione e/o viceversa?

Parli della mia vita bipolare? (ride) Ebbene non  lo è perché in entrambi i casi ho a che fare con platee e devo necessariamente interessare, essere accattivante nella comunicazione quindi i due mondi si somigliano molto, se ci rifletti bene. Quanto al rapporto coi miei alunni, cosa dire? Tu non vorresti uno figo come me che ti parla di Dante?

Magari avessi avuto un Prof così! Cosa pensi della scena italiana indipendente degli ultimi anni? C’è qualche artista che secondo te vale particolarmente la pena di seguire?

Mi piacciono un sacco di band, adoro i gruppi energici che non la mandano a dire, forse un po' meno il cantautorato, ora sarò impopolare visto il successo degli ultimi anni (ride)


Il marchio di fabbrica dei Malatja è un hard rock in dialetto salernitano, con punte di ironia. Con il nuovo album vi cimentate prima volta con testi interamente in Italiano, come mai questa scelta?

L'ironia è sempre viva e morirà con noi ma credimi non sarà così diverso sentire i Malatja in italiano, il nostro groove e la nostra energia restano quelli.

Ci parli in generale della genesi di questo  album, dei temi trattati e tutto quello che c’è da sapere su questa nuova produzione?

Abbiamo un bel po' di collaborazioni: Francesco Di Bella, Nicodemo, Denise, Stefano Di Martino, Daniele Mazzotta ed altri. Posso dirti che è un disco fatto di cose intime, forse anche poetico a tratti anche se sorrido a pensarci. Ho raccolto le emozioni, i sentimenti e le persone importanti in questi anni e li ho incastrati in un budello "glitterato" il tutto condito da un sound veramente interessante.

Dopo anni di carriera, tanti concerti e importanti collaborazioni, dove vogliono arrivare i Malatja?

Vogliono semplicemente comunicare la loro idea del mondo e della vita, non inseguiamo il successo, vogliamo solo essere noi stessi e gridare la nostra verità dal palco.

lunedì 13 luglio 2015

Intervista a Flavio Ciotola (L'IO), cantore del ribellismo

L'IO è cantautore pop del ribellismo, cantore di storie amare che deridono i precetti di una società conformata al sistema degli standard sociali, politici ed economici. Una serie di sane provocazioni che ritroviamo nell'interessante album d'esordio "Bon Ton", uscito alcune settimane fa per la Seahorse Recordings e che propone un alt folk puro e diretto, spesso sotto forma di ballate ironiche e delicate.

Dietro L'IO si cela Flavio Ciotola, che ho avuto il piacere di intervistare. Di seguito le risposte che mi ha dato circa la sua vita privata e artistica e la sua visione sulla musica indipendente. A fine intervista trovate anche l'album "Bon Ton" in streaming su Spotify.



Ciao Flavio, parlami un po’ della tua infanzia dei posti dove sei cresciuto e come ti sei affacciato alla musica.

Ciao. Sono nato e cresciuto a Napoli, per esser più preciso a Bagnoli quartiere di grandi musicisti partenopei come i fratelli Bennato. La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Mio padre fino a 33 anni ha suonato prima di trovare un lavoro ed è stato grazie a lui che ho iniziato a suonare. Il mio primo regalo musicale è stata una batteria, avevo tipo 8 anni. Mio padre mi ha fatto sempre ascoltare buona musica sia italiana che internazionale, da de Gregori, Battisti (impazzivo per Balla Linda, era energia per me), Lucio Dalla, gli Who, Pink Floyd ecc ecc. Verso i 14 anni ho iniziato a suonare la chitarra acustica e a scrivere canzoni, per poi formare il mio primo gruppo rock Sempre di musica inedita però, ho sempre evitato di fare cover perché  ho sempre avuto tante cose da dire…quindi ho preferito esprimere me stesso in musica. Verso i 16 anni poi ho scoperto in ritardo i Nirvana ed i Pearl Jam e questa musica mi ha cambiato la vita.

Da quali artisti ti senti più influenzato?

Da tantissima musica, ma se prendi in mano il mio lettore mp3 vedrai musica anni '90: Nirvana,Pearl Jam, Alice In Chains, Carmen Consoli, Radiohead. Diciamo che ascolto tantissimi artisti ma sono legato molto alla musica anni '90. Ascolto anche artisti degli ultimi anni. Ultimamente Levante; sento purezza musicale in lei.

Come mai la scelta di questo nome, perché quell’articolo davanti?

Ho scelto come nome L’IO perché questo progetto è nato in completa solitudine, senza nessuno che mi dicesse cosa fare. Avevo nella testa un progetto tutto nuovo, solo mio. Quale nome migliore de L’IO? Anche se non è solo il mio, è L’IO di tutti.  Diciamo che con L’IO esprimo me stesso al 100% pensando però a tutti quelli che la pensano come me sulla vita.

Nel tuo album emerge una visione abbastanza negativa dell’amore e una visione ribelle del mondo. Ci sono dei riferimenti autobiografici? Cosa vuoi comunicare con le tue canzoni?

Non penso che ci sia una visione negativa ma solo una visione diversa dell’amore. L’argomento Amore sia nelle canzoni che nei film 90 volte su 100 è narrato come amore perfetto o amore che finisce bene. Ma non è così molto spesso. Io parlo dell’amore non morale, quello che ti fa soffrire ma che ti rende più forte. Mentre sulla visione ribelle del mondo, sì, sono d’accordo. La società in cui viviamo ci dice cosa fare e non fare sin dalla nascita, ci obbliga a vivere la maggior parte della nostra vita in istituzioni che non amiamo e che non ameremo mai. Ci educa anche in maniera sbagliata, devi dire, non devi dire. Bon Ton, l'album, è una provocazione; i o credo che non siamo veramente noi, ci hanno portato a vivere una vita non veramente nostra.

“Bon Ton” è prodotto da Seahorse Recordings, come sei arrivato a questa etichetta? Com’è il rapporto con loro?

Quando ho registrato i provini del disco, ho spedito il materiale a poche case discografiche tra cui la Seahorse Recordings. Mi hanno chiamato, erano interessati al progetto e quindi ho firmato. Mi son trovato benissimo, anzi ringrazio Paolo Messere che mi ha aiutato tantissimo ed è entrato subito in sintonia con L’IO.

Cosa ne pensi dell’attuale panorama indipendente italiano? C’è qualche artista che segui particolarmente?

In questo periodo ascolto Levante e Margherita Vicario. Il panorama indie in Italia è vasto, le produzioni sono tantissime e molti artisti sono validi, ma in questo Paese c’è un problema: non c’è educazione musicale, ormai le TV puntano sui Talent; le major quindi si buttano sulla musica usa e getta e sono pochissimi i casi dove una major punta su un emergente. Ma le cose cambieranno, ne sono sicuro.

Per te, in generale, cosa significa “musica indie”?

Mmmhh...a volte quando penso al termine "indie" penso alla musica fai da te, ma ormai penso che si possa definire come un sottobosco: gli alberi, anche se molti decrepiti, senza foglie sono gli artisti famosi mentre sotto terra, ci sono semi,tanti semi bellissimi e pieni di vita che non vedono l’ora di vedere la luce e far nascere prati,fiori, piante; ecco, quelli, quei semi siamo noi, la musica indie.

Che ne sarà de L’IO tra 10 anni?


Domandona. Non so cosa mangerò domani…ahahah, tra 10 anni?  Vorrei fare il produttore musicale.


mercoledì 11 febbraio 2015

[LABELS] Intervista a Giando Carbone, boss di Diavoletto: una netlabel indie/rock tutta italiana.



Oggi parliamo di Diavoletto Netlabel, un'esperienza discografica unica in Italia che nasce in terra lucana nel 2010.
La netlabel è una forma di distribuzione discografica basata esclusivamente su streaming online e download gratuito sotto licenza Creative Commons. Una label che ha lanciato artisti importanti della scena lucana come Dr, Panico e Aeguana Way per poi distribuire artisti di livello nazionale tra i quali Il Nero Ti Dona, Radio In Technicolor e Malatja e addirittura band provenienti da Russia, Australia e Brasile. In pochi anni Diavoletto può vantare migliaia di contatti e download persino dagli USA.

La caratteristica di Diavoletto è utilizzare la forma di distribuzione esclusivamente digitale, tipica del genere elettronico, per la musica indie/rock, con lo scopo di concedere una vetrina e apporre un marchio di qualità alle band arruolate; Dal 2013 la distribuzione avviene anche su tutti i principali stores digitali e piattaforme di streaming del mondo grazie ad un accordo con Believe Digital, il più grande distributore digitale Europeo.
I traguardi raggiunti hanno attirato l'attenzione della stampa fino all'assegnazione premio MEI come miglior etichetta digitale italiana (2013).


Ho fatto una chiacchierata con colui che ha qualche anno fa ebbe questa felice intuizione: Giandomenico Carbone detto "Giando"



Chi è nella vita di tutti i giorni Giandomenico Carbone? Che musica ascolta?

Oggi la musica che ascolto è varia. Non faccio più distinzioni tra generi, ho imparato a distinguere solo tra buone vibrazioni e vibrazioni neutre, che non mi dicono molto. Come tanti della mia generazione ho vissuto l’epopea grunge e tutto ciò che ne è conseguito. Mi piace molto chi osa, chi sperimenta e cerca di trasmetterti qualcosa. Ascolto molti artisti emergenti Italiani con lo stesso rispetto e ammirazione per come potrei ascoltare i Radiohead, i dEUS o i Balthazar che a mio avviso è la band che meglio interpreta il tempo che stiamo vivendo. 

Come è nata l’idea di fondare un’etichetta indipendente? E’ stata un’iniziativa solitaria?

Si, è stata un’iniziativa solitaria. Avevo registrato dei brani senza pretese e li avevo caricati su myspace. Mi sono accorto che qualcuno li ascoltava e li apprezzava. Da lì ho cominciato a cercare qualche etichetta che fosse interessata a quei brani. Ovviamente non ne ho trovata nemmeno una. Così mi son detto che se non c’era nessuna etichetta disposta a pubblicare brani di perfetti sconosciuti l’avrei creata io. Così, un po' per gioco e un po' in maniera seria cominciai a contattare band di amici che avevano prodotto delle registrazioni e chiesi loro se erano d’accordo a pubblicare le loro opere sotto uno stesso marchio.

La netlabel è una forma di etichetta indipendente interamente digitale di derivazione americana, nata con riferimento alla musica elettronica. Perché hai scelto proprio questa via? Ci puoi spiegare su quali principi e filosofia si basa?

Continuo dalla risposta precedente. L’idea è stata da subito concepita come un semplice sito web che diffondesse in maniera gratuita la musica che per noi era valida. Una sorta di consiglio alle persone, come quando ad un tuo amico suggerisci:”ehi ascolta questi, sono fortissimi!”. Da qui mi sono imbattuto nelle netlabel americane. Erano proprio quello che stavo cercando, con una struttura ben definita e la possibilità di scaricare gratuitamente musica e soprattutto in maniera legale usufruendo delle licenze Creative Commons. Ho scoperto che esistevano delle netlabels anche in italia ma che, come quelle americane, distribuivano unicamente musica elettronica. Allora mi son detto che saremmo stati la prima netlabel italiana a distribuire musica rock, indie. E dopo un mese nacque la Diavoletto Netlabel.

Perché molti artisti scelgono la strada della distribuzione gratuita dei loro lavori affidandosi a Diavoletto Netlabel? E’ previsto anche l’acquisto del supporto fisico?

Analizziamo la situazione attuale. C’è youtube,  c’è spotify, soundcloud, ci sono i digital stores, c’è la possibilità di essere visibili e/o ascoltabili per chiunque faccia musica. La rete è piena zeppa di musica e tu, artista, sei lì presente, nello stesso territorio dove sono presenti i grandi artisti. Hai la sensazione di esserci nel fantastico mondo della musica. Ma è una sensazione illusoria perché è vero che adesso puoi pubblicare in rete le tue opere ma se nessuno sa come raggiungerti si rischia di rimanere una goccia in un oceano. In più questa grande mole di musica su internet si è trasformata in overload, ovvero una stragrande quantità di materiale musicale dove diventa difficile andare a scoprire ciò che può piacerti. E qui ritorna il discorso della netlabel che ti consiglia, dell’etichetta che appone un marchio su quella musica, certificandola e sussurrando all’orecchio dell’utente:”ehi, ascolta questi, sono fortissimi!”. L’utente va sul sito della Diavoletto e sa di trovare musica di qualità e che segue una certa linea di pubblicazione. Per questa stessa ragione gli artisti si rivolgono a noi. Il supporto fisico rimane una scelta ad appannaggio degli artisti. A noi interessa diffondere il più possibile sul web.

Quali sono i più importanti risultati raggiunti in questi anni?

Secondo me i numeri. Siamo vicini alla soglia dei 150.000 download complessivi e abbiamo ogni anno un numero tra i gli 5.000 e 6.000 accessi unici solo dagli Stati Uniti. Significa che c’è una fetta ben consolidata di utenti che ci segue dagli States, la patria delle netlabels. Ma ci sono anche altre cose. Questo blog, ad esempio, ci ha annoverato tra le 25 etichette indie degne di nota in italia, nel 2013 siamo stati premiati al MEI di Faenza come miglior Netlabel italiana. Abbiamo partecipato a numerosi festival italiani, tra cui il concertone del primo maggio. Abbiamo realizzato una compilation per celebrare il ventennale di Catartica dei Marlene Kuntz. Questo ci ha permesso di collaborare con gli stessi Marlene che ci hanno sostenuto in questa iniziativa e con i quali si è creato uno splendido rapporto.

Come scovi gli artisti/band da distribuire con Diavoletto? 

Principalmente sul web. Ci arriva molto materiale che ascoltiamo sempre, lo voglio dire perché qualcuno pensa che non lo facciamo. Mi piacerebbe scovare molti più artisti/band nei locali che propongono musica emergente.

Nel vostro catalogo ci sono anche artisti internazionali. Dicci di più.

Un giorno ci scrivono dalla russia, un gruppo di ragazzi che proponeva un brit-pop. Il loro disco ci è piaciuto da subito e in più loro volevano a tutti i costi che il disco venisse pubblicato su Diavoletto. Non riuscivo a spiegarmi come eravamo arrivati fino in russia sta di fatto che con quel disco ci siamo resi conto che potevamo azzardare anche pubblicazioni di artisti stranieri. E così negli anni abbiamo pubblicato un gruppo australiano, un artista francese e un altro gruppo brasiliano. 

Segnala le tre produzioni del catalogo Diavoletto di cui vai più fiero.

Le prossime tre. Diplomazia a parte sono tutti dischi che a me piacciono molto. Ogni disco nasconde una storia e un rapporto personale con gli autori. Diavoletto è nata ed è come una famiglia dove i primi a scaricare i dischi sono gli stessi artisti.

Se potessi “rubare” un nome dell’attuale scena indie italiana a un’altra label, chi sceglieresti?

Le luci della centrale elettrica e Levante.

Cosa ne pensi dell’attuale panorama musicale indipendente italiano?

C’è un bel fermento ma non me la sento di paragonarlo al panorama indie di venti anni fa. Oggi sembra che siano un pò tutti allineati verso la stessa direzione. Molte volte non solo lo stile musicale ma anche le idee sembrano ripetersi in diversi artisti.

La domanda che faccio a tutti: cos’è per te la musica indie?
E’ tutta quella musica che viene fuori dalle salette, dai garage di provincia, da gente che ha qualcosa da dire e che non è ossessionata dal successo. La musica indie è l’opposto della musica che esce fuori dai talent show.

Ci sono progetti particolari in serbo per il futuro?

Si. C’è l’idea di seguire una naturale evoluzione per quanto riguarda la netlabel. Vogliamo farla diventare un qualcosa di più di un semplice sito che rilascia musica. Credo che questo avverrà in tempi brevi ma non posso dire altro. Posso aggiungere che faremo questo insieme a un partner molto affermato nel proprio settore e con il quale condividiamo a pieno queste idee. Grazie.

mercoledì 4 febbraio 2015

[INTERVISTA] Mattia Barro: L'Orso e la sveglia per la rivoluzione.

E' uscito ieri 3 febbraio Ho Messo La Sveglia Per La Rivoluzione (Garrincha Dischi) il secondo atteso album de L'Orso in formazione parecchio rinnovata. Fuoriusciti Tommaso Spinelli (basso) e Giulio Scarano (batteria) la band con base a Milano passa da quattro a cinque elementi:

Mattia Barro – voce, chitarra, pianoforte
Omar Assadi – chitarra, voce
Francesco Paganelli – basso, synth, voce
Gaia D’Arrigo – tastiere, voce
Niccolò Bonazzon – batteria

Un cambiamento che si nota in maniera lampante nelle 10 tracce dell'album, in particolare negli arrangiamenti più complessi e ritmati che spaziano dall'alt pop all'elettronica, dal rap al post rock. Nel disco ci sono anche due featuring: il patròn di Garrincha Matteo "Costa" Romagnoli (I Buoni Propositi) e i compagni di etichetta Lo Stato Sociale (Baader Meinhof). Ha collaborato all'intera produzione del disco Enrico ‘Carota’ Roberto de Lo Stato Sociale.



L'album tuttavia ruota attorno alla mente di Mattia Barro da Ivrea, autore dei testi e musica, che in questa lunga intervista ci parla della sua vita, dell'album, di musica, dei suoi rapporti in Garrincha e del futuro, che sa sempre di rivoluzione. Ne viene fuori una personalità ambiziosa e determinata, schiva verso gli addetti ai lavori con un grande amore per la musica come ragione di vita. Poi ci sono l'infanzia, il rap e Garrincha.

Parlami un po’ di te: la tua infanzia, la tua adolescenza, i luoghi in cui hai vissuto. 

Sono nato a Ivrea, nel Canavese. Per oltre dieci anni ho vissuto a Banchette, un paesino di tremila abitanti, nella casa di famiglia, vicino ai miei nonni. A pochi metri da casa mia scorre un fiume imponente, la Dora Baltea, quand’ero bimbo ci si camminava ancora sulla riva, poi arrivò l’alluvione, e ora in bicicletta puoi cavalcare il suo argine. Eravamo quattro amici, tutte persone buone, ingenue, diverse. Passavamo le giornate giocando a pallone o in bicicletta per i campi. Ho avuto un’infanzia stupenda. Nell’adolescenza ho iniziato a fare musica, partendo dal rap e dalla produzione di beats. Tantissime produzioni underground nell’era pre-YouTube, moltissimi concerti e gare di freestyle. Mi ha insegnato molto, in particolare l’amore e il rispetto per la Musica, somma Madre. Ad un certo punto ho dovuto dedicare a quel periodo la cover di Un altro giorno di Nesli, perché nonostante fossi felice, in questa provincia artisticamente sterile, pensavo che solo chi cantava quelle canzoni in cui mi ritrovavo, poteva realmente capirmi. Un giorno vorrei conoscere Nesli e ringraziarlo. Il liceo fu un periodo memorabile, divertente, comico. Forse lì risiedono i miei ricordi preferiti. Terminato il liceo, mi sono trasferito a Milano, dove mi sono laureato e dove risiedo oramai da parecchi anni. So chi mi ha cresciuto, so a chi devo tutto. Ho un profondo legame con la mia famiglia, la mia principale fonte di felicità e fierezza. Me la porto dentro ogni giorno, in particolare chi non c’è più. Ho scritto tantissime canzoni sulla mia famiglia: Tornando a casa, Di chi ti ricordi, Baader-Meinhof. Mi sentirò sempre in debito e spero che io li stia ripagando per tutto.


Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato? La più importante delle tue ultime scoperte musicali?

Nel periodo dell’adolescenza, della ricerca esasperata del proprio Io, ho trovato casa nel rap italiano e in particolare Bassi Maestro, Fabri Fibra e Nesli, nell’elettronica dei Kraftwerk, nei Bloc Party, in Bowie e Talking Heads. Il mio artista di riferimento è David Byrne, sogno un percorso così variegato e concentrato. Mi è sempre parso un artista razionale, coscienzioso, qualità che reputo fondamentali nell’essere umano. Il mio disco preferito è Music for airports di Brian Eno. Le mie ultime scoperte riguardano l’afrobeat, la cumbia, il funk africano, il Palenque; in genere musica popolare africana o centroamericana. Sto poi riscoprendo il mio lato elettronico e godendomi più sensazioni possibili. Voglio ritmo, è un periodo della vita in cui ho voglia di ballare.

L’orso nasce nel 2010 e già vanta una storia molto dinamica, con cambi di formazione e un punto fermo: te. Come si è evoluta musicalmente la storia de L’orso in tutti questi anni? 

Ho scritto tutte le canzoni de L’orso. Musica e testi. Sto procedendo nelle direzioni a me naturali, avvicinandomi sempre più alla mia naturalezza. Ho un’idea di musica molto precisa, voglio essere fluido, mutare, assecondare le possibilità che ho. Voglio scoprire e sperimentare e cambiare, a modo mio. Potevo scrivere altre cento Ottobre come settembre, ma sarei morto dentro. Chi non capisce questo, probabilmente non ha ancora compreso cosa significa avere un’idea di musica. Non sarò mai quello del giorno prima, ho già in mente i prossimi dischi, i prossimi suoni, le prossime tappe. E so che la vita me le plasmerà in una maniera imprevedibile, fantastica. 

Gli ultimi addii sono stati particolarmente importanti. Cosa hanno scatenato in te come uomo e musicista?

Mi hanno confermato un’idea che ho da sempre: la musica è vocazione, è un bene superiore al singolo. Questo pensiero mi rassicura, mi fa capire che sono sulla strada giusta, che ho una coerenza interiore ferrea. Non posso far musica con chi non sposa la mia idea evoluzionistica e non posso comporre con dei turnisti. Ho troppo a cuore il risultato finale e il suo processo creativo. Questo è il rispetto verso qualcosa di più grande di me e de L’orso, ed è ciò che mi ha insegnato il mio trascorso attivo nel rap: il rispetto per la musica.


In che modo l’attuale formazione incide sul sound del nuovo album? Parlami della sua genesi e di come si è evoluta la sua produzione e del risultato finale.

Abbiamo inserito tre musicisti molto differenti tra loro. Omar porta apertura e chiarezza, è un amante del suono che apre e si distende. Con la chitarra colora e trova sottili sfumature che danno nuove chiavi di lettura ai singoli brani. Francesco arriva dal sassofono, ma ha un’attitudine punk che al basso dà tiro e attacco; ci dà una grande spinta. Niccolò invece ha degli ascolti simili ai miei, è ritmato, vuole il groove, l’attitudine giusta. Le canzoni le ho scritte io, come sempre, ma questa volta mi sono lasciato aiutare molto da Matteo Romagnoli e, per la parte elettronica, da Enrico ‘Carota’ de Lo Stato Sociale. Abbiamo lavorato molto sulla pre-produzione in studio, un modo differente, nuovo, più soddisfacente. Questa squadra mi ha fatto sentire meno solo, situazione in cui in passato mi trovavo spesso e per cui soffrivo particolarmente. Il musicista che si sente solo metterà sempre della paura nelle proprio canzoni, e credo che la paura sia un limite nella musica.


Tu l’hai già messa la sveglia per la rivoluzione?

La punto spesso, ne ho bisogno per proseguire questo percorso.


In diversi pezzi (‘Quello che manca’, ‘Festa di merda’, ‘Buoni propositi’) del nuovo album ti lasci andare al rap, per il quale non hai mai nascosto la tua passione. Cosa ha significato per te sinora avere un animo rap e scrivere pezzi spesso addirittura indie folk? Questo passaggio si può ritenere una sorta di liberazione?

Ho sempre scritto pensando da rapper, ora semplicemente non mi pongo più il problema di non essere adeguato nel rappare. È una parte di me, voglio essere un musicista sincero. A molti farà strano, magari non piacerà, ma il rap che sto dando c’è dentro dal primo giorno, nella metrica delle frasi, nella posizione delle parole. Solo che se nascondi ciò che spaventa l’ascoltatore, puoi arginare i suoi limiti. Il rap è un genere ricco di pregiudizi, sta a me non cadere nei cliché. In questo disco penso di averne dato tre immagini molto differenti nei brani da te citati. Dal rap/spoken words, ad uno più moderno fino a quello old school. Per me, è essere tornati a casa.

Dal 2011, con la cover di Serenata Rap, L’orso diventa colonna portante della grande famiglia di Matteo Romagnoli: Garrincha Dischi. Cosa è cambiato da allora? Come ti ci trovi? Con quali compagni di etichetta si è stabilita un’empatia maggiore?

Ho molto a cuore il concetto di famiglia e per un lungo periodo storcevo il naso quando veniva usato in Garrincha. Non penso che stare sotto una stessa label ti renda per inerzia fratello di qualcuno. Mi ci è voluto tempo, quello necessario a trasformare degli estranei in amici per farmi accettare questo splendido e complicato concetto. Ho un rapporto speciale con i Magellano, ho un silenzioso rapporto di cuore con Bebo de Lo Stato Sociale, un amore per Brace. Ho avuto il piacere di conoscere la delicatezza e la splendida educazione di Dario de La Rappresentante di Lista, la passione pura di Anna e Gaetano dell’Officina. Cazzeggio bene con Lo Stato Sociale quando posso, e con Lodo stiamo iniziando ‘a capirci’ in questo periodo. 
Matteo è il fratello maggiore che non ho, quello che ti insegna e ti fa incazzare.
Dal 2010 è cambiato che da questa estate sono in una famiglia in cui credo e in cui spero di contribuire dando il mio meglio e rispettando i ruoli. Sicuramente vorrei avere un ruolo più ampio rispetto al ‘musicista di una band’, sto facendo molti lavori con umiltà e un giorno magari avrò più ruoli reali nelle dinamiche e nelle scelte dell’etichetta.

Cosa ne pensi dell’attuale e fervente scena indipendente italiana? Ti chiedo al volo di consigliarmi tre band/artisti da seguire.

Non ne ho idea, non seguo molto la scena italiana. Ti dico alcune cose.
Il disco di Brace è magnifico. E lui è il migliore.
I Magellano sono delle persone magnifiche che cercano di portare il concetto di festa di Major Lazer all’interno dell’ambiente concerti. 
In realtà non ho ancora sentito molto, ma auguro fortuna a Jacopo de Il Geometra, che ho avuto il piacere di conoscere tempo addietro, prima della nascita del suo gruppo.
Apprezzo molto la scena elettronica (Clap Clap, Popolous, Miami Mais).
Ascolto e stimo chi fuori dal palco si dimostra essere una persona d’onore e di cuore.

Domanda che faccio a tutti e che ora ti sorbirai anche tu: cosa è per te la musica indie?

La parola dietro cui ci nascondiamo per autoproclamarci migliori della musica mainstream. Io non mi sento indie, non più da quando ero adolescente e pensavo fosse una sorte di credo, una comunità. Ascolto con la stessa foga Beyoncé e Clap Clap, Fabri Fibra e Brace. Non parlo mai di musica indie, ma di ambiente indie. Un ambiente che, alla fine, non mi veste per nulla. Lo trovo avido, invidioso, pericoloso. Dopo tre anni non mi sono fatto molti amici sopra i palchi, me ne sono fatti molto di più sotto. Ho visto delle prese di distanza tra musicista e pubblico tremende. Quante persone hanno cambiato atteggiamento quando L’orso è divenuto qualcosa di reale, ma ho la fortuna di avere la memoria lunghissima in questi casi. Spesso è una guerra dei poveri, un covo di vizi e viziati, un giro di saluti a tutti perché si deve. No, non fa per me. Ci vedo così poca passione negli addetti ai lavori e nei musicisti che ogni volta mi viene da piangere. Per fortuna poi c’è il pubblico (la maggioranza), un pubblico che invece ha quell’incredibile forza in cui riconosco il me di qualche tempo fa, che naturalmente è ancora parte integrante di ciò che sono. Poi magari ho avuto solo sfortuna io, ma dopo 250 date in tre anni, so che le persone che ti salutano davvero con affetto sono un decimo di quelle che poi lo fanno per davvero. A me non piace mentire, mettere maschere. Non sono simpatico né socievole e generalmente quando vedo chi stupra la musica, mi girano i coglioni e lo paleso. E non parlo di qualità della musica, ma di attitudine nel farla e portarla in giro sui palchi. Mi piacerebbe ci fosse più voglia di fare cose assieme, di collaborare, se davvero vogliamo essere questa alternativa alle major. Ma ognuno ha il suo orto da coltivare, a quanto pare. Le realtà davvero aperte e stimolanti sono poche, ed è per questo che sono e resto in Garrincha, perché in tutti i limiti naturali che ha, di certo non ha paura a fare le cose. A farsi le seghe siamo bravi tutti, a trovare con chi fare l’amore si è già in meno.

Cosa farà Mattia da grande?

Musica. Ho iniziato a farla da bimbo, non riesco ad immaginare di smettere di comunicare al mondo attraverso uno dei pochi mezzi in cui so esprimermi; chi mi conosce sa che non sono particolarmente socievole. Questo è il mio mezzo. Vorrei poi aver la forza di scrivere di più, di imparare di più, di sviluppare la mia passione per i videoclip. Mettere su famiglia, presto; essere un padre dignitoso. Magari ad Ivrea, in una casa tranquilla, tra la mia gente. 

mercoledì 24 dicembre 2014

[LABELS] Intervista a Paolo Messere, boss di Seahorse Recordings

Immersi nella magica tranquillità della campagna di Pescia Romana troviamo gli studi di registrazione della Seahorse Recordings, ormai storica etichetta discografica indipendente fondata nel 2000 dall'autore e musicista di origini napoletane Paolo Messere

Una produzione vastissima che comprende diversi generi colti come post-rock, gothic, new folk e shoegaze. Made in Italy ma tutto rigorosamente in lingua inglese.

Tanti riconoscimenti da parte della critica e menzioni anche dalla stampa estera hanno fatto della Seahorse Recordings un punto di riferimento internazionale per la produzione alternativa italiana.

Paolo è anche leader dei Blessed Child Opera, e nella sua carriera musicale vanta collaborazioni di calibro. L'ho intervistato per saperne di più su un'etichetta che in un'epoca nella quale l'indie è quasi una moda continua ad andare controcorrente.




Parlaci un po’ di te: come e quando ti sei avvicinato alla musica?
Mi sono avvicinato abbastanza precocemente all'ascolto della musica alternativa, dopo una breve parentesi con i classici della musica Italiana dei miei tempi..
Andavo ai concerti degli amici di mio fratello, più grande di me di 4 anni;seguivouna band in particolare, i  Rented Flats che facevano le cover dei Joy Divisiom, Teardrop Explodes, Sound, Echo & Bunnymen.
Dopo un concerto dei Sound nel lontano 1984/85 decisi di imbracciare la chitarra e mettermi a suonare e scrivere canzoni. Non ci volle tanto che cominciai a formare le prime bands e diventare nel corso degli anni un riferimento per molte persone nella scena napoletana.
Da qui  si susseguono un paio di dischi con bands come Handle With Care e Silken Barb (una tra le migliori bands di Post Rock citate nel libro "Post-Rock" di Eddy Cilia insieme ad Uzeda e Three Second Kiss). 
Successivamente nel 2000 creai la Seahorse Rec. una tra le prime label a credere nel cantato in inglese.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?
Nick Drake, Love,,The Sound, Bark Psycosis…e fra i più recenti, Swans, Mark Kozelek

Parlami del tuo percorso musicale
B.C.O. è stata la risposta Indie-Dark.Folk al Post/Math Rock dei Silken Barb. Avevo bisogno di sonorità più intime, psichedeliche e ipnotiche nonché di curare la forma canzone sempre presente dall'inizio della mia attività di songwriter. Per questa ragione Amaury Cambuzat mi cercò nel periodo di Ego Echo 2000/2001, chiedendomi di far parte del quartetto degli Ulan Bator  col quale 
suonai per un paio di anni, in vari tour promozionali dell'album. Dopo questa bella esperienza mi dedicai solo ed esclusivamente al progetto Blessed Child Opera confezionando, a 2 anni di distanza l'uno dall'altro, 6 album.
Il 15 Marzo uscirà sempre per Seahorse Rec "The Devil and the Ghosts Dissolved, il mio settimo lavoro ufficiale. Sono da annoverare comunque anche una serie di collaborazioni come 
musicista in  progetti  validi della Silber Records, etichetta americana con la quale ho registrato musica affiancandomi ad artisti come i Low.

Cosa ti ha spinto a fondare Seahorse Recordings e a buttarti sulla produzione musicale?
Ho sempre adorato un paio di etichette straniere alle quali attualmentte faccio riferimento: la 4AD e la Creation. Ho cercato così di impostare un progetto di label che quantomeno si avvicinasse all'estetica non solo musicale di queste etichette. Dal momento che già da ragazzino registravo (anche a casa mia) demo di amici e non, capii che la mia strada da percorrereera anche quella di produttore artistico. Anche qui i risultati non tardarono ad arrivare e si moltiplicarono grazie anche alla nascita della Seahorse Recordings. Tuttora dunque se dovessi dire chi sono direi: produttore artistico, songwriter, direttore di Seahorse Rec.

Qual è la filosofia e il target di Seahorse?
La filosofia/target Seahorse è fare musica di qualità, sia essa cantata in inglese che in italiano. Porsi in maniera critica alla scena italiana indipendente, attraverso i risultati musicali ottenuti dalle mie bands sia che siano prodotte da me che non; adottare una politica di investimenti mirati e compatibili col target italiano musicale odierno che appare leggermente distante da ciò che amiamo fare qui 
in Seahorse. Le mie bands  hanno una buona attività live ed in parecchi casi sono esaltate dalla critica; questo mi da la forza di credere ancora nella musica valida, buona, nonostante le lobbies, nonostante la disinformazione, nonostante il pubblico di questa nuova generazione.

La musica che scrivi e produci è cantata quasi totalmente in lingua inglese. Pensi che la musica italiana non sia adatta a generi di nicchia come post-rock, new wave e shoegaze?
La scelta della lingua inglese è dettata da un gusto personale, questo però non significa che la lingua italiana non si possa innestare su generi di questo tipo. In ogni caso sarebbe riduttivo etichettare la musica che scrivo e che produco in questi sotto generi.  Seahorse Rec. si occupa dunque di musica Alternative Indie.

Come scegli le band da produrre? 
Ascoltandole tutte e poi facendo selezione.

Cosa pensi della scena musicale indipendente italiana in generale? C’è qualche artista che “invidi” alle altre labels?
La scena italiana rappresenta nitidamente la situazione sociale Italia con tutte le contraddizioni del caso. Bisogna guardarsi alle spalle, bisogna credere ancora nella musica, bisogna ascoltare anche gli artisti che sono diversi da te, bisogna poi capire che la strada da proseguire è la tua e non quella che porterebbe a maggiore successo.
L'Indie Italico è sicuramente una bella trovata commerciale, di business che sotto sotto rispetto, ma non invidio nessuno per default. 

La fatidica domanda che faccio a tutti: cosa è per te la musica indie? 
E' un contenitore verbale o verboso, fatto per chi ha bisogno di riferimenti . Ha a che fare soprattutto col business e l'immagine.

Oggi è possibile fare soldi con la musica? Quali sono le carte vincenti per emergere ai tempi del digitale?
Oggi è possibile far soldi con la musica, ma solo a grandi livelli ; le piccole bands devono sempre sacrificarsi, sgobbare sui palchi e riuscire nel corso degli anni  a non essere considerate più bands emergenti anche dopo il loro quarto, quinto disco :-). Nell'epoca del digitale bisogna totalmente digitalizzarsi, dimenticando però il computer o i social a casa quando si va in studio a registrare. Per il resto penso che il digitale favorisca per chi è intelligente, la promozione delle proprie opere. E' importante parlare alla gente della propria musica e dei propri progetti e questo fortunatamente con i social è possibile farlo. In generale dunque apprezzo il mondo digitale ma come sempre credo che debba essere utilizzato con parsimonia, affidandosi a delle strategie ben precise, mirate.
Segnala i tre album di cui vai più fiero prodotti con Seahorse.
Clustersun, Marlowe, Brown & Leaves.

Quali sono ora i tuoi progetti come artista e produttore?
Il 15 Marzo esce il settimo die Blessed Child Opera "The Devil and the Ghosts Dissolved." In questo momento sto a lavorando a circa 5 dischi contemporaneamente e ne devo fare altrettanti da Gennaio in poi, dunque di lavoro ce n'è.

giovedì 20 novembre 2014

[INTERVISTA] Francesco Pizzinelli: da Jocelyn Pulsar a Divano passando per l'indie italiano



Francesco Pizzinelli, classe 1979 da Forlì è da più di un decennio uno dei cantautori più interessanti e sottovalutati della scena musicale italiana. All'attivo 7 album con la one man band Jocelyn Pulsar: cantautorato nostalgico, semplice ma non banale, colto perché ricco di argomenti e citazioni. Un autore vecchia maniera che canta: "Perché non ci sono più i cantautori con gli occhiali?".

Il 27 giugno di quest'anno, con uno status alquanto laconico su Facebook Francesco annuncia ufficialmente la fine della lunga e gloriosa esperienza Jocelyn Pulsar:





Non si tratta tuttavia della fine della carriera musicale di Francesco Pizzinelli, ma solo la fine di un capitolo artistico che ne apre uno nuovo, denominato Divano. Da oggi è disponibile su Youtube il video, particolarmente ironico, de Il pezzo è bello se lo canta mia nonna, curioso esperimento di social-canzone.



Ho voluto intervistare Francesco per farmi raccontare il suo percorso artistico e discografico, la sua visione della musica indipendente e le ragioni che lo hanno indotto a voltare pagina.

Quando ti sei affacciato alla musica? Quali sono gli artisti che più ti hanno influenzato?

Io suono praticamente da quando andavo alle elementari, anzi mi dicono che già all’ asilo mi infilavo nelle altre sezioni e costringevo gli altri bambini a sentirmi cantare: la mia prima band vera e propria l’ ho avuta verso i 15 anni e ci chiamavamo Inerba, già allora con l’ idea di fare canzoni nostre e sempre meno cover: terminata questa esperienza (ma con loro sono tuttora in ottimi rapporti, poi va beh, il batterista è mio fratello eheheh) ho iniziato quello che di lì a poco sarebbe diventato Jocelyn Pulsar: era il 2003.
Gli artisti che mi hanno influenzato di più sono De Gregori, Ivan Graziani, e  i Pavement.

Poi è arrivata l’esperienza in etichette importanti come Garrincha Dischi e Fosbury Records . Come ti sei trovato con loro?

Prima c è stata la Agos Music, etichetta di liscio campagnola che ha fatto uscire i miei primi 3 dischi, e che non finirò mai di ringraziare: quando sono arrivato alla Garrincha l’etichetta non aveva ancora spiccato il volo, Lo Stato Sociale doveva ancora uscire con il primo disco, tutto aveva un’ atmosfera molto intima e home made, con una bella ricerca anche a livello estetico. Fosbury Records è stata una cosa diversa: l’ etichetta era veramente “storica” e al mio arrivo aveva probabilmente dato tutto quello che poteva, tanto è vero che io sono stato l’ ultima uscita (accidenti che onore, se ci penso..) e poi ha chiuso, purtroppo: con Alessandro c’ è stata una collaborazione molto amichevole, lui è una persona molto gentile e piacevole.

A proposito di Garrincha, cosa è cambiato in particolare  con l'avvento de Lo Stato Sociale?

Lo Stato Sociale in realtà era già in Garrincha più o meno quando sono arrivato io, mi ricordo di un loro live per una stradina di Bologna, una piccola festa, non tanta gente: poi è successo che hanno funzionato bene e la cosa si è ingrandita, e naturalmente la Garrincha con loro. Penso che grazie al successo de Lo Stato Sociale l'etichetta abbia potuto espandersi, acquisire altri gruppi, organizzare eventi in giro per l Italia ( i Garrincha loves): in tutto questo, forse il "target" della label si è un pò adeguato a quello del gruppo, l'età media di riferimento si è un po' abbassata, ma questo è stato in fondo un fenomeno generale.

A giugno di quest’anno, sulla pagina Facebook  ufficiale, l’annuncio della fine del progetto Jocelyn Pulsar. Come mai questa decisione?

Serviva a me: sentivo che Jocelyn Pulsar aveva dato tutto quello che poteva, se ci penso ha fatto anche troppo rispetto alle mie intenzioni iniziali;  avevo bisogno di ricominciare da capo.
Ora è partito il nuovo progetto Divano. Perché questo nome? Da cosa si differenzia rispetto a Jocelyn Pulsar?

Dopo anni in cui nessuno capiva alla prima il nome del gruppo, ho deciso di optare per qualcosa di semplice, comodo da ricordare, e che magari riflettesse anche un po’ la mia indole lenta: DIVANO mi sembrava adatto; rispetto a Jocelyn Pulsar questo nuovo progetto (non mi piace dire progetto, d’ ora in avanti dico “gruppo”) sarà forse leggermente meno cantautorale e più ritmico, mi sento più libero di inserire cose che con Jocelyn Pulsar magari scartavo perché la mia testa mi diceva che “il pubblico non se le aspettava”: in realtà, zero pubblico, era solo un mio problema.

Il 17 novembre è uscito il primo singolo “Il pezzo è bello se lo canta mia nonna”. Si tratta di un esperimento molto particolare che ha visto il coinvolgimento dei fans. Ti va di dirci di più?

Sì, ho pensato di coinvolgere i fanz (non è un errore, lo scrivo così per prendermi in giro da solo ogni volta che lo dico) di Facebook facendomi inviare, da chi ne aveva voglia, la registrazione della parola “GIOVANE”, che poi abbiamo inserito in vari punti della canzone, tutti contemporaneamente (me ne sono arrivati più di 30, me ne aspettavo 4…), creando un effetto “folla”. Si tratta di un esperimento di “social- canzone”, non so se altri l'hanno già fatto, magari siamo stati i primi al mondo: ben venga.

Quando è prevista invece l’uscita del primo album dei Divano?

Il disco intero è previsto per la fine di Gennaio 2015.

A che tipo di produzione e distribuzione si affiderà Divano?

Il disco uscirà per la Cabezon Record dell’ amico Mario Vallenari (che mi anticiperà di un paio di settimane con il suo disco solista): la distribuzione dipende da molteplici fattori, resta il fatto che con DIVANO mi piace partire dal basso, tornando ai rapporti diretti con chi si occupa di musica, bypassando molti intermediari: come si faceva una volta insomma.

Cosa intendi nello specifico per "bypassare molti intermediari"?

Nello specifico penso agli uffici stampa, che oggi hanno quasi tutti, dal grosso gruppo famoso alla giovane band con appena un demo alle spalle: spesso è utile, anzi a volte è indispensabile, ma credo che nessuno possa mettere la stessa passione e impegno nella promozione di un tuo disco, quanto te stesso: ritengo che tornare a parlare con chi scrive di musica, con i giornalisti, con i blogger, con chi ha un programma radiofonico, coltivare rapporti personali, confrontarsi, sia ancora molto interessante: da questo punto di vista l ufficio stampa diventa un cuscinetto che non fa quasi mai incontrare le due parti, e questo alla lunga ha iniziato a non piacermi più: siccome sono sostanzialmente un vecchio dinosauro dell indie nostalgico, vorrei provare a farne a meno (anche perché, tra l'altro, costicchiano)

Cosa significa per te essere indipendenti?

Non lo so più: come ti muovi, pesti una merda.

La musica indipendente italiana è cambiata in meglio o in peggio rispetto all'indipendente di 10 anni fa? 

Io quando ho cominciato  gli indipendenti erano dei nerd, che si compravano Rumore o Blow Up o il Mucchio in edicola, quasi vergognandosi di chiederle all'edicolante, che spesso non sapeva neanche di averle: ai concerti di musica "indie" ci andavano davvero 4 gatti, tranne rare eccezioni, le radio l indie non lo trasmettevano e nei negozi di musica non si trovava.
Oggi la situazione è radicalmente cambiata; della musica indipendente ne parlano Grazia e Repubblica, addirittura anche Mollica al Tg1 qualche volta, i concerti "indie" fanno i pienoni che una volta erano dei Subsonica, Radio Rai 1 parla di Benvegnù alle 3 del pomeriggio e Radio Capital fa la diretta del concerto di Brunori, e nei negozi si trova più facilmente Il Teatro degli Orrori di Massimo di Cataldo. Tutto bene quindi? Dipende: io sono tra quelli che non associano il  successo dell indie ad una emancipazione del pubblico giovane che, al solito, si prende quello che gli danno: ora vanno l'indie e il rap, e quello ascolta. Quando passerà di moda, ascolteranno qualcos'altro: invece, ai "miei tempi" lo si ascoltava per scelta, lo si doveva andare a cercare, e quindi forse era più bello.

Qualche nome di artisti della scena contemporanea che stimi particolarmente?

Io resto affezionato ai "vecchi nomi", quindi sono molto contento del ritorno di Artemoltobuffa, trovo valida la scrittura di Dente a livello di testi, poi ecco, ci devo già pensare, non mi viene in mente molto altro.
Oltre i Divano quali sono i progetti per il futuro di Francesco Pizzinelli?

Gestire un circolo culturale, mi piacerebbe: ci sto anche un po’ lavorando, in effetti.

Posso dire un'ultima cosa?

Certo Francesco, vai pure!

Viva i Pavement!

domenica 2 novembre 2014

[INTERVISTA] Francesco De Leo: l'infanzia, l'Italia, L'Officina Della Camomilla, Garrincha, l'indie e la silenziosa svolta solista.

Il prossimo 4 novembre uscirà uno dei lavori più attesi della scena indie italiana: Senontipiacefalostesso Due de L'Officina Della Camomilla, a più di un anno di distanza dal primo capitolo. In realtà l'album da qualche giorno è già disponibile in anteprima su Yotube e Spotify.

Francesco De Leo è il giovanissimo leader storico di una formazione che in più di 5 anni di vita ha già visto diversi sconvolgimenti: da band senza label discografica tra le più più amate su Youtube fino a Garrincha Dischi, grazie alla quale il successo si è amplificato.

Ci tenevo ad intervistare Francesco, personaggio abbastanza schivo in un'epoca in cui anche nella scena indie l'immagine e la comunicazione stanno diventando armi usate in modo sempre più aggressivo.

Le sue canzoni e suoi testi hanno un impatto comunicativo non immediato ma suggestivo, denso di immagini apparentemente sconnesse, surreali e sognanti che solo un ascoltatore ben disposto può afferrare. Anche il timbro vocale di Francesco è molto particolare, non di particolare talento ma molto originale e da timido adolescente. Un autore fuori dal tempo innamorato della canzone e della lingua italiana.

Di seguito la bella e lunga chiacchierata con Francesco che parla della sua tormentata infanzia, della musica italiana, il concetto di indie, il percorso musicale dall'Officina a Garrincha fino al controverso progetto solista.

Ne viene fuori l'autoritratto allucinato e visionario di un autore fuori dal tempo, schivo, complesso e non sufficientemente compreso. Nemmeno dai suoi stessi fan.

 Officina Della Camomilla
foto: Anna Della Badia Photography

Hai cominciato a comporre canzoni giovanissimo. Parlaci un po’ della tua infanzia e della tua crescita musicale. 

Ho vissuto fino all’età di cinque anni a Chiavari, ero un bambino credo felice. Poi mia madre ha scelto di spostarsi a Milano per lavoro e da lì credo sia sorto dentro di me uno strano meccanismo di rifiuto universale contro il mondo. Ricordo tuttavia con tenerezza la mia infanzia meneghina, molto fredda e buia. Ho iniziato a suonare la chitarra classica in prima media nella scuola sperimentale musicale Vivaio, che ho frequentato solo per il primo anno prima di ritrasferirmi in Liguria, nella desolante Rapallo (fra l’altro l’Ilaria Curioni [tastierista dell'Officina, ndr],  era nella sezione B, io nella C).
Questi passaggi di realtà dalla città alla provincia mi hanno non poco destabilizzato. Passare da una metropoli ad un piccolo paesino della riviera ligure è un’esperienza terribile, è la ghigliottina. Vivere e andare a scuola in Liguria è molto più alienante che in altri luoghi, il mare e la bellezza dei paesaggi si annullano. Da qui la mia carriera scolastica ha avuto una spaccatura non indifferente, dal distinto sono passato rapidamente all' insufficiente. A scuola in quel periodo non ci andavo più. Preferivo dedicarmi a lunghe passeggiate sperduto nei monti. Volevo tornare a tutti i costi a Milano, così in secondo liceo ho convinto mia madre a ritornarci fingendomi malato di cuore. Una volta sbarcato però, non ho ritrovato affatto quel che avevo perduto. Anzi, ho provato un forte senso di nausea e oblio grigio. Uno dei miei migliori amici s’era appena convertito al fascismo e distribuiva volantini per Forza Nuova. Frastornato e tagliato fuori dal mondo-Milano, ho trascorso due anni chiuso in casa 5 giorni su 7. Ero diventato pazzo, autistico, esiliato, visionario. Uscivo solo per giocare a calcio o andare dal mio psicologo guru. Ho iniziato in modo compulsivo a comporre musiche e colonne sonore e le caricavo sui vari Myspace e Qoob. Come un recluso, trascorrevo tutto il tempo ad ascoltare dischi e a strimpellare tastiere e chitarre. I miei fedeli compagni di delirio sono stati per lo più Luigi Tenco e Piero Ciampi: sono stati dei genitori adottivi. Dal lato della musica contemporanea invece ero stato stregato ingenuamente dagli Strokes. Completamente fottuto. C’è chi nel ‘91 ascoltava i Nirvana, e chi nel 2001 ascoltava gli Strokes. E’ questione di annate e di fortuna. Presi lezioni di chitarra classica ed elettrica. Non studiavo mai, imparavo tutto a memoria e mi andava sempre di lusso. Diciamo che per il 50% sono autodidatta, vado ad orecchio  e non conosco tutti i nomi degli accordi, che bello!
Ora sono in perpetuo vagabondare nel triangolo industriale Torino - Milano – Chiavari:  è il mio triangolo delle bermuda. Prendo un casino di treni regionali arrugginiti e lenti: tagliano i campi.

Quali artisti ti hanno più influenzato?

Dal fondo delle mie prigioni, ho ascoltato molto: Paolo Conte, Stereolab, Velvet Underground, Television, Pink Floyd, Stooges, De Andrè, De Gregori, Joy Division, Smiths, Gian Maria Testa, Flavio Giurato, Spaceman 3, Claudio Lolli, Ivan Graziani, Ivano Fossati, Glen Branca, Prokofiev, Mussorgsky, Beat Happening, Einstürzende Neubauten ecc. Elenchi infiniti.

L’Officina della Camomilla è nata da pochi anni ma ha già una storia piuttosto movimentata da raccontare con diversi cambi di formazione. Prova a riassumerla.

Formazioni camaleontiche impossibili da riassumere, se non così:

- Francesco De Leo - Stefano Poletti - Matilde Calza
- Francesco De Leo - Stefano Poletti - Beatrice Zanantoni - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Beatrice Zanantoni - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Beatrice Zanantoni - Niccolò Di Gregorio - Anna Crayon - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Manuela Puglisi - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo- Claudio Tarantino - Marco Amadio
- Francesco De Leo- Ilaria Baia Curioni - Anna Viganò - Marco Amadio - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Ilaria Baia Curioni - Anna Viganò - Marco Amadio - Gaetano Polignano

Inizialmente l'Officina cantava “In Italia il disco te lo fai da solo” poi è arrivata Garrincha Dischi. Come è avvenuto questo passaggio? Come ti trovi nella famiglia di Matteo Romagnoli?

Sì, gran bei tempi quelli! Registravo tutto quello che volevo come volevo quando volevo. Diciamo che siamo approdati in Garrincha tramite Lodo Guenzi che era infuocato con l'Officina ed aveva fatto sentire delle canzoni a Matteo. Così una volta ci siamo beccati a Trento, e abbiamo deciso di provare a registrare prima un ep che poi s’è trasformato in una marea di canzoni per sfociare nei successivi Senontipiacefalostesso 1 e 2. Ho sempre pensato a questi dischi come un impossibile lavoro archeologico, per riportare alla vita brani scritti in un’età molto acerba. Acerba, ma tuttavia lucente. Diciamo che i lavori della Garrincha non mi entusiasmano molto. Non credo di appartenere al filone imposto tipo Stato Sociale o L’Orso. Non trovo affinità. La cura per i suoni è molto scarsa, credo ci siano troppe forzature. L’Officina non è un gruppo pop. Con queste produzioni però, s’è fatto di tutto per farla diventare tale.

Una domanda che faccio a chiunque incontro: cosa è per te la musica indie?

L’Indie è un gran contenitore di robe strane. Eclettica e derivata, la musica indie è il mix delle culture musicali che restano a galla, nella nostra putrida deriva storica  contaminata, mediocre, didascalica. Credo che i testi siano la cosa peggiore. Abbiamo avuto i migliori cantautori del mondo e si fa di tutto per farli morire. Non v’è passaggio di tradizione alcuna. Le prime forme di canzone italiana derivano dai canti anarchici. Detesto gli ibridi di elettronica e testi apparentemente antropologici, sembra quasi che i ragazzi d’oggi non abbiano più cuore, sembra che sappiano solo descrivere quello che fanno o vedono o frequentano, formando così le varie parrocchie della moda del momento e contro-moda del tempo da deridere reciprocamente. Credo che non sia interessante sapere cosa una fa. Credo sia più interessante sapere uno cosa non fa. Il mondo è un fottuto acquario sospeso nel vuoto, manco sappiamo cos’è. Fra l’altro esploderà assieme al sole, è inutile parlare di quello che c’è. Diciamo che l’indie è il genere più debole fra tutti i generi. Non è un cavallo di razza, piuttosto una iena meticcia che ride in un modo particolarmente stupido. Sopraffatti dagli anglofoni affondiamo assieme alla nostra bellissima lingua.

Spesso alcuni detrattori ti accusano di avere un modo di cantare fastidioso. Cosa vogliamo rispondergli?

Sono contento di provocare dolore. Sono sadico, non so cantare.

I tuoi testi sono una peculiarità, densi di immagini suggestive, sognanti e apparentemente sconnesse. Come nasce tutto questo?

I miei testi sono frutto di quel che vedo e di come lo vorrei modificare. Non è nonsense. Il senso c’è. Solo in pochi evidentemente sono in grado di capirlo. Mi dedico all’evocare sensazioni e dimensioni. Le dimensioni e le sensazioni che ho vissuto nella mia vita. E’ addolcire la pillola in un modo malato, ossessivo, esagerato, magari surreale o iperreale sì, ma non nonsense. Chi scambia l’Officina col nonsense commette un errore. Vedo i testi e la musica come un cinema. Proietto le mie immagini cariche di deliri, è un delirare, errare. Delirare drogastico, alcolico, giovane e saggio assieme. Parlo di come fuggire dalla Milano Città Mostro di Vestiti. Parlo di vandalismo. Parlo di come uccidere la noia. Se sono sconnesso è perché lo sono davvero.

Nella canzone “La tua ragazza non ascolta i Beat Happening” urli “Siamo pieni di droga!”. Dicci di più.

Preferisco la prima versione di questo brano. La versione Garrincha sembra un jingle pubblicitario della Kinder. La mia l’ho registrata in una notte di agosto. E niente, parla della gran corsa da drogati che credo più o meno tutti abbiamo provato. Non so, quando sei fatto e corri è una gran sensazione. La parte più importante del testo è la piccola strofa “e io corro con te e sbatto la testa sulla tua”. Mi sono sempre immaginato due ragazzi che scappano da Milano attraverso la pianura in uno scoppio di Lsd marittimo. La corsa, la fuga, l’addio. Dio.

Rispetto a tanti colleghi dell’indie italiano sei abbastanza schivo nei confronti dei tuoi fan. Che rapporto hai in realtà con loro?

Si loro sono sempre molto gentili, timidi, casinari e innamorati. Io sono schivo nella vita in generale, poi dipende dalle sere dai giorni. Non uccido nessuno, poi chissà. Diciamo che sono sempre perso in giro, sempre sui treni, sempre frastornato, non ho il cellulare: sono un ragazzo d’altri tempi.

Le tre canzoni dell’Officina da te preferite.

Mah, non lo so, non è che mi piacciano tanto. Sono arrivato al punto di odiarle. Forse Dai Graffiti Del Mercato Comunale è una che mi piace sempre cantare. Ha qualcosa in più delle altre.
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Descrivi in poche parole “Senontipiacefalostesso Due”, in uscita il prossimo 4 novembre e in anteprima da venerdì scorso su Youtube e ora su Spotify.

E’ una raccolta di brani storici più qualche inedito. E’ indiscutibilmente pop; più che la musica io direi di ascoltare i testi, di tralasciare il cantato e capire bene le parole. I testi sono la cosa più importante. Alcune canzoni non le avrei messe, però amen. Il disco è stato registrato sotto l’effetto dell’amnesia lemon, famosa erba d'Olanda.

A settembre, quasi in punta di piedi, è stato pubblicato su Youtube Soutine Twist un tuo lavoro solista lungo più di due ore e quasi esclusivamente strumentale. Perché hai sentito l’esigenza di questo album?

Soutine Twist credo sia la cosa migliore che abbia fatto quest’anno. E’ un disco nato spontaneamente tra l’arco della primavera e la fine dell’estate. Chiaramente è un disco di contrabbando. Mi sono arroccato nella mia città natale Chiavari ed ho riscoperto definitivamente la sua bellezza, la sua pace, le sue sbronze all'osteria da Vittorio sin dal 1925.Volevo parlare della Liguria, terra morta. Volevo far conoscere la Colonia Fara, ex colonia estiva fascista poi scuola elementare  e da una quindicina d’anni tramutata in un rudere romantico a 10 metri dal mare dove spesso faccio una nuotata. Molto struggente, post-mondo. Ho voluto registrare i suoni locali, tra cui una meravigliosa messa, poi distorta e modificata con molti strati di delirio ludico. L’unico brano cantato “Soutine Twist” è stato registrato con un mini-registratore della Sony nella piccola cappella di un cimitero sopra Leivi. Difatti ho una voce molto spettrale. Sono andato a catturare i suoni dei miei veri sentieri, degli ulivi e delle chiese. Dei gabbiani, dell’aria e della pioggia. Volevo consacrare questo 2014, intrappolarne i rumori, testimoniare. Alcuni suoni metropolitani sono stati catturati a Torino, Bologna e Milano perché spesso mi ci ritrovo. Mi sono innamorato della pittura di Soutine l’anno scorso ad una sua mostra al Palazzo Reale: lo trovo molto affine a me come stortezza. Inoltre è stato un grande vagabondo. In questo grande archivio che dura più di due ore, c'è tutto il mio ventitreesimo anno di vita, tutta Trenitalia. Sono  musiche strumentali, sproloqui allucinanti, jam session, cose punk. C’è anche un lungo brano strumentale dedicato a Peter Fechter, un muratore tedesco di diciotto anni morto perché una guardia comunista gli sparò in pancia, mentre tentava di passare a Berlino ovest, forse per la Coca Cola. Credo che la sua agonia sia per certi versi simile alla nostra gioventù contemporanea, lasciata a morire. Tutto questo vagabondare e delirare formano una mappa, con le sue precise tappe in un percorso da seguire. Se vuoi pinkfloydiano o alla Fetus di Battiato: cupo, anticaleidoscopico, bizzarro. Impossibile da ascoltare tutto. A bassissima qualità, non mixato, completamente autoprodotto. Per chi volesse impazzire o è già un pazzo di suo lo può trovare integrale su Soundcloud https://soundcloud.com/francesco-de-leo-91/sets/soutine-twist

Un lavoro che sembra differenziarsi abbastanza dalle ultime produzione de l’Officina.

Sì, diciamo che ho voluto tracciare un confine tra me e l’Officina. L’Officina la guardo un po’ come un progetto un po' lontano di quando ero adolescente. Adesso sono cresciuto e vorrei smarcarmi da questa piega e stravolgere completamente le carte in tavola.

Chi sarà Francesco De Leo tra 10 anni?

Tra dieci anni continuerò a suonare e a smarrirmi per questi labirinti. Resterò in Italia: ha bisogno anche lei di qualcuno che la sappia raccontare.