venerdì 17 aprile 2015

[INTERVISTA] L'Indiece Di Melty: la musica indie italiana vista dalla Francia

Qualche giorno fa ho avuto una piacevole chiacchierata su Skype con il giornalista Gabriele Naddeo, fondatore del L'Indiece Di Melty, una rubrica piena di idee nata da meno di un anno e facente parte di Melty, noto network internazionale di siti di costume, cultura e società con un'impronta particolarmente giovanile. Il network ha sede a Parigi ed è proprio da lì che Gabriele mi parlava, cercando insieme a me di inquadrare il profilo dell'ascoltatore indie medio e la concentrazione geografica del movimento musicale indie.

Anche io ho pensato di fare un po' di domande a Gabriele, incuriosito soprattutto dalla circostanza di parlare di musica italiana direttamente dalla Francia.



Parlami un po’ del tuo background: come sei arrivato al mondo della musica? Quali sono gli artisti che hanno maggiormente condizionato la tua cultura musicale? 

Ti sembrerà strano ma fino ai 13 anni non ascoltavo quasi nulla. Mi sono appassionato alla musica grazie al punk e, subito dopo, al rock dei gruppi storici degli anni ’70. Quasi nello stesso periodo ho iniziato a suonare la chitarra poi, grazie a un mio amico, a conoscere meglio anche la musica italiana. Ti cito alcuni dischi random tra quelli che mi hanno segnato maggiormente in passato: “Dookie” dei Green Day, “Rocket To Russia” dei Ramones, “Francesco De Gregori” (l’eponimo album del ’74, quello della “pecora), “High Voltage” degli AC/DC, “Buon Sangue” di Jovanotti, “Fetus” di Franco Battiato, “Declaration Of Dependence” dei Kings Of Convenience. Se dovessi dirti un paio di album contemporanei ti direi “St. Vincent”, “To Pimp a Butterfly” di Kendrick Lamar, ma anche “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”. Poi al momento adoro un artista francese di nome “O”.

Quando hai pensato di diventare un giornalista musicale? Come sei arrivato poi al network internazionale Melty? 

È stata un’avventura cominciata un po’ per caso. Nel 2012 mi proposero di scrivere un report di un concerto per una testata online della mia città, Salerno. Accettai immediatamente: mi sembrava un’ottima idea per coniugare due mie passioni, appunto musica e scrittura. Ho conosciuto melty grazie a mia sorella: lei è la vera scrittrice di casa e collaborava già da tempo con il melty group. Mandai alcuni articoli di prova e, soprattutto, lanciai l’idea di una rubrica interamente dedicata alla musica indipendente. L’idea piacque molto: se oggi mi trovo qui a Parigi è anche grazie all’indie italiano.

Che sensazione si prova nello scrivere di indie italiano da Parigi? Non ti senti un po’ ambasciatore? 

Più che ambasciatore ti direi osservatore. Vivere all’estero mi ha aiutato ad estraniarmi, a guardare le cose da una prospettiva diversa e ad avere una visione d’insieme di questo grande (e interessantissimo) fenomeno che è l’indie italiano. Il web, comunque, aiuta molto a stare al passo con le nuove uscite e le infinite attività che gravitano intorno al mondo della musica indipendente e non: quello musicale è un universo in continuo fermento, in continua evoluzione. Forse mi piace tanto proprio per questo.

Perché L’Indiece Di Melty? Sarà mica l’ennesima testata indie? 

L’indiece di melty, innanzitutto come la crasi delle parole “indice” ed “indie”: una selezione di musica indie, un utile vademecum per conoscere la scena indipendente italiana. La parola “indiece”, poi, potrebbe anche essere letta come “indie c’è”: la musica indipendente c’è, esiste, è un fenomeno che merita spazio ed importanza. Più che testata, comunque, L’indiece di melty è piuttosto una rubrica, una singola sezione che fa parte di un sito estremamente variegato.

Quale impostazione editoriale hai dato all’Indiece di Melty? 

L’indiece di melty si occupa principalmente di playlist, esclusive ed interviste che hanno come tema portante il fenomeno dell’indie italiano. A sostenere i contenuti pubblicati dalla rubrica è la pagina Facebook de L’indiece, legata ogni giorno ad un diverso appuntamento.

Durante la tua attività hai intervistato diversi personaggi della musica: qual è stata l’intervista più interessante? C’è una risposta particolarmente memorabile che vuoi menzionare? 
Un’intervista che mi lasciò piacevolmente colpito fu quella a Riccardo Sinigallia. Si dimostrò molto gentile e ben disposto, rispondendo con entusiasmo alle varie domande che avevo preparato per lui. Una delle risposte più belle, comunque, me l’hanno data senz’altro i Verdena. Alla domanda “Come riassumereste Endkadenz Vol.1 in un’immagine?” loro hanno ribadito con un meraviglioso “Le cime delle querce schiaffeggiate all'unisono dalla burrasca prima di un temporale estivo. Ma anche no”. Geniali.

Come giudichi il giornalismo musicale italiano? Secondo te viene dato abbastanza spazio alla musica indipendente oppure resta un argomento di nicchia? 

In Italia abbiano giornalisti musicali veramente competenti e pagine ben costruite che parlano di musica indipendente. Ammiro il modo in cui lavorano Emiliano Colasanti e Nur Al Habash. Conoscono il mondo della musica in maniera approfondita: adoro il modo in cui sanno raccontarlo, la maniera in cui scrivono e i contenuti interessanti che sanno estrapolare di volta in volta. Per quanto riguarda lo spazio dedicato alla musica indipendente ti direi che per me più se ne parla meglio è: non sono assolutamente d’accordo con chi crede che l’indie debba rimanere un fenomeno di nicchia.

La domanda che pongo a tutti: cos’è per te la musica indie? 

Bella domanda! Difficile da riassumere in poche battute più che altro. Diciamo che oggigiorno è sempre più difficile trovare un musicista o un artista davvero indipendente. Molte etichette indie, ad esempio, si affidano a delle major per la distribuzione dei dischi, ma questo, a mio avviso, non è un male. Si potrebbe dire, comunque, che l’indie è un mood più che un genere, dal momento che vengono etichettati come “indie” una miriade di artisti completamente diversi tra loro. La bellezza della musica indipendente, comunque, è nel voler uscire dagli schemi, dalle formule standard che “funzionano”: è semplicemente fare quello che ci si sente di fare, è libertà e ricerca, è qualcosa di originale. Attenzione, però: originale non deve necessariamente coincidere con eccentrico. Oppure: ascoltare un gruppo solo quando ha 150 fan su Facebook e poi additarlo come venduto appena  riesce a costruirsi una fan-base più solida non è indie, è stupido.


Qual è il tuo sogno nel cassetto? 

Adesso ti sembrerà che stia dicendo una cazzata, ma uno dei miei sogni più grandi sarebbe quello di fondare un movimento artistico, più precisamente un’avanguardia capace di racchiudere ambiti diversi (come la musica, l’arte, la scrittura ecc.) in un’unica grande visione. Sono un fan sfegatato del gruppo Dada e adoro, in generale, i diversi movimenti avanguardistici del Novecento. La figura del “pioniere”, del precursore,  è probabilmente quella che mi affascina di più.