mercoledì 4 febbraio 2015

[INTERVISTA] Mattia Barro: L'Orso e la sveglia per la rivoluzione.

E' uscito ieri 3 febbraio Ho Messo La Sveglia Per La Rivoluzione (Garrincha Dischi) il secondo atteso album de L'Orso in formazione parecchio rinnovata. Fuoriusciti Tommaso Spinelli (basso) e Giulio Scarano (batteria) la band con base a Milano passa da quattro a cinque elementi:

Mattia Barro – voce, chitarra, pianoforte
Omar Assadi – chitarra, voce
Francesco Paganelli – basso, synth, voce
Gaia D’Arrigo – tastiere, voce
Niccolò Bonazzon – batteria

Un cambiamento che si nota in maniera lampante nelle 10 tracce dell'album, in particolare negli arrangiamenti più complessi e ritmati che spaziano dall'alt pop all'elettronica, dal rap al post rock. Nel disco ci sono anche due featuring: il patròn di Garrincha Matteo "Costa" Romagnoli (I Buoni Propositi) e i compagni di etichetta Lo Stato Sociale (Baader Meinhof). Ha collaborato all'intera produzione del disco Enrico ‘Carota’ Roberto de Lo Stato Sociale.



L'album tuttavia ruota attorno alla mente di Mattia Barro da Ivrea, autore dei testi e musica, che in questa lunga intervista ci parla della sua vita, dell'album, di musica, dei suoi rapporti in Garrincha e del futuro, che sa sempre di rivoluzione. Ne viene fuori una personalità ambiziosa e determinata, schiva verso gli addetti ai lavori con un grande amore per la musica come ragione di vita. Poi ci sono l'infanzia, il rap e Garrincha.

Parlami un po’ di te: la tua infanzia, la tua adolescenza, i luoghi in cui hai vissuto. 

Sono nato a Ivrea, nel Canavese. Per oltre dieci anni ho vissuto a Banchette, un paesino di tremila abitanti, nella casa di famiglia, vicino ai miei nonni. A pochi metri da casa mia scorre un fiume imponente, la Dora Baltea, quand’ero bimbo ci si camminava ancora sulla riva, poi arrivò l’alluvione, e ora in bicicletta puoi cavalcare il suo argine. Eravamo quattro amici, tutte persone buone, ingenue, diverse. Passavamo le giornate giocando a pallone o in bicicletta per i campi. Ho avuto un’infanzia stupenda. Nell’adolescenza ho iniziato a fare musica, partendo dal rap e dalla produzione di beats. Tantissime produzioni underground nell’era pre-YouTube, moltissimi concerti e gare di freestyle. Mi ha insegnato molto, in particolare l’amore e il rispetto per la Musica, somma Madre. Ad un certo punto ho dovuto dedicare a quel periodo la cover di Un altro giorno di Nesli, perché nonostante fossi felice, in questa provincia artisticamente sterile, pensavo che solo chi cantava quelle canzoni in cui mi ritrovavo, poteva realmente capirmi. Un giorno vorrei conoscere Nesli e ringraziarlo. Il liceo fu un periodo memorabile, divertente, comico. Forse lì risiedono i miei ricordi preferiti. Terminato il liceo, mi sono trasferito a Milano, dove mi sono laureato e dove risiedo oramai da parecchi anni. So chi mi ha cresciuto, so a chi devo tutto. Ho un profondo legame con la mia famiglia, la mia principale fonte di felicità e fierezza. Me la porto dentro ogni giorno, in particolare chi non c’è più. Ho scritto tantissime canzoni sulla mia famiglia: Tornando a casa, Di chi ti ricordi, Baader-Meinhof. Mi sentirò sempre in debito e spero che io li stia ripagando per tutto.


Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato? La più importante delle tue ultime scoperte musicali?

Nel periodo dell’adolescenza, della ricerca esasperata del proprio Io, ho trovato casa nel rap italiano e in particolare Bassi Maestro, Fabri Fibra e Nesli, nell’elettronica dei Kraftwerk, nei Bloc Party, in Bowie e Talking Heads. Il mio artista di riferimento è David Byrne, sogno un percorso così variegato e concentrato. Mi è sempre parso un artista razionale, coscienzioso, qualità che reputo fondamentali nell’essere umano. Il mio disco preferito è Music for airports di Brian Eno. Le mie ultime scoperte riguardano l’afrobeat, la cumbia, il funk africano, il Palenque; in genere musica popolare africana o centroamericana. Sto poi riscoprendo il mio lato elettronico e godendomi più sensazioni possibili. Voglio ritmo, è un periodo della vita in cui ho voglia di ballare.

L’orso nasce nel 2010 e già vanta una storia molto dinamica, con cambi di formazione e un punto fermo: te. Come si è evoluta musicalmente la storia de L’orso in tutti questi anni? 

Ho scritto tutte le canzoni de L’orso. Musica e testi. Sto procedendo nelle direzioni a me naturali, avvicinandomi sempre più alla mia naturalezza. Ho un’idea di musica molto precisa, voglio essere fluido, mutare, assecondare le possibilità che ho. Voglio scoprire e sperimentare e cambiare, a modo mio. Potevo scrivere altre cento Ottobre come settembre, ma sarei morto dentro. Chi non capisce questo, probabilmente non ha ancora compreso cosa significa avere un’idea di musica. Non sarò mai quello del giorno prima, ho già in mente i prossimi dischi, i prossimi suoni, le prossime tappe. E so che la vita me le plasmerà in una maniera imprevedibile, fantastica. 

Gli ultimi addii sono stati particolarmente importanti. Cosa hanno scatenato in te come uomo e musicista?

Mi hanno confermato un’idea che ho da sempre: la musica è vocazione, è un bene superiore al singolo. Questo pensiero mi rassicura, mi fa capire che sono sulla strada giusta, che ho una coerenza interiore ferrea. Non posso far musica con chi non sposa la mia idea evoluzionistica e non posso comporre con dei turnisti. Ho troppo a cuore il risultato finale e il suo processo creativo. Questo è il rispetto verso qualcosa di più grande di me e de L’orso, ed è ciò che mi ha insegnato il mio trascorso attivo nel rap: il rispetto per la musica.


In che modo l’attuale formazione incide sul sound del nuovo album? Parlami della sua genesi e di come si è evoluta la sua produzione e del risultato finale.

Abbiamo inserito tre musicisti molto differenti tra loro. Omar porta apertura e chiarezza, è un amante del suono che apre e si distende. Con la chitarra colora e trova sottili sfumature che danno nuove chiavi di lettura ai singoli brani. Francesco arriva dal sassofono, ma ha un’attitudine punk che al basso dà tiro e attacco; ci dà una grande spinta. Niccolò invece ha degli ascolti simili ai miei, è ritmato, vuole il groove, l’attitudine giusta. Le canzoni le ho scritte io, come sempre, ma questa volta mi sono lasciato aiutare molto da Matteo Romagnoli e, per la parte elettronica, da Enrico ‘Carota’ de Lo Stato Sociale. Abbiamo lavorato molto sulla pre-produzione in studio, un modo differente, nuovo, più soddisfacente. Questa squadra mi ha fatto sentire meno solo, situazione in cui in passato mi trovavo spesso e per cui soffrivo particolarmente. Il musicista che si sente solo metterà sempre della paura nelle proprio canzoni, e credo che la paura sia un limite nella musica.


Tu l’hai già messa la sveglia per la rivoluzione?

La punto spesso, ne ho bisogno per proseguire questo percorso.


In diversi pezzi (‘Quello che manca’, ‘Festa di merda’, ‘Buoni propositi’) del nuovo album ti lasci andare al rap, per il quale non hai mai nascosto la tua passione. Cosa ha significato per te sinora avere un animo rap e scrivere pezzi spesso addirittura indie folk? Questo passaggio si può ritenere una sorta di liberazione?

Ho sempre scritto pensando da rapper, ora semplicemente non mi pongo più il problema di non essere adeguato nel rappare. È una parte di me, voglio essere un musicista sincero. A molti farà strano, magari non piacerà, ma il rap che sto dando c’è dentro dal primo giorno, nella metrica delle frasi, nella posizione delle parole. Solo che se nascondi ciò che spaventa l’ascoltatore, puoi arginare i suoi limiti. Il rap è un genere ricco di pregiudizi, sta a me non cadere nei cliché. In questo disco penso di averne dato tre immagini molto differenti nei brani da te citati. Dal rap/spoken words, ad uno più moderno fino a quello old school. Per me, è essere tornati a casa.

Dal 2011, con la cover di Serenata Rap, L’orso diventa colonna portante della grande famiglia di Matteo Romagnoli: Garrincha Dischi. Cosa è cambiato da allora? Come ti ci trovi? Con quali compagni di etichetta si è stabilita un’empatia maggiore?

Ho molto a cuore il concetto di famiglia e per un lungo periodo storcevo il naso quando veniva usato in Garrincha. Non penso che stare sotto una stessa label ti renda per inerzia fratello di qualcuno. Mi ci è voluto tempo, quello necessario a trasformare degli estranei in amici per farmi accettare questo splendido e complicato concetto. Ho un rapporto speciale con i Magellano, ho un silenzioso rapporto di cuore con Bebo de Lo Stato Sociale, un amore per Brace. Ho avuto il piacere di conoscere la delicatezza e la splendida educazione di Dario de La Rappresentante di Lista, la passione pura di Anna e Gaetano dell’Officina. Cazzeggio bene con Lo Stato Sociale quando posso, e con Lodo stiamo iniziando ‘a capirci’ in questo periodo. 
Matteo è il fratello maggiore che non ho, quello che ti insegna e ti fa incazzare.
Dal 2010 è cambiato che da questa estate sono in una famiglia in cui credo e in cui spero di contribuire dando il mio meglio e rispettando i ruoli. Sicuramente vorrei avere un ruolo più ampio rispetto al ‘musicista di una band’, sto facendo molti lavori con umiltà e un giorno magari avrò più ruoli reali nelle dinamiche e nelle scelte dell’etichetta.

Cosa ne pensi dell’attuale e fervente scena indipendente italiana? Ti chiedo al volo di consigliarmi tre band/artisti da seguire.

Non ne ho idea, non seguo molto la scena italiana. Ti dico alcune cose.
Il disco di Brace è magnifico. E lui è il migliore.
I Magellano sono delle persone magnifiche che cercano di portare il concetto di festa di Major Lazer all’interno dell’ambiente concerti. 
In realtà non ho ancora sentito molto, ma auguro fortuna a Jacopo de Il Geometra, che ho avuto il piacere di conoscere tempo addietro, prima della nascita del suo gruppo.
Apprezzo molto la scena elettronica (Clap Clap, Popolous, Miami Mais).
Ascolto e stimo chi fuori dal palco si dimostra essere una persona d’onore e di cuore.

Domanda che faccio a tutti e che ora ti sorbirai anche tu: cosa è per te la musica indie?

La parola dietro cui ci nascondiamo per autoproclamarci migliori della musica mainstream. Io non mi sento indie, non più da quando ero adolescente e pensavo fosse una sorte di credo, una comunità. Ascolto con la stessa foga Beyoncé e Clap Clap, Fabri Fibra e Brace. Non parlo mai di musica indie, ma di ambiente indie. Un ambiente che, alla fine, non mi veste per nulla. Lo trovo avido, invidioso, pericoloso. Dopo tre anni non mi sono fatto molti amici sopra i palchi, me ne sono fatti molto di più sotto. Ho visto delle prese di distanza tra musicista e pubblico tremende. Quante persone hanno cambiato atteggiamento quando L’orso è divenuto qualcosa di reale, ma ho la fortuna di avere la memoria lunghissima in questi casi. Spesso è una guerra dei poveri, un covo di vizi e viziati, un giro di saluti a tutti perché si deve. No, non fa per me. Ci vedo così poca passione negli addetti ai lavori e nei musicisti che ogni volta mi viene da piangere. Per fortuna poi c’è il pubblico (la maggioranza), un pubblico che invece ha quell’incredibile forza in cui riconosco il me di qualche tempo fa, che naturalmente è ancora parte integrante di ciò che sono. Poi magari ho avuto solo sfortuna io, ma dopo 250 date in tre anni, so che le persone che ti salutano davvero con affetto sono un decimo di quelle che poi lo fanno per davvero. A me non piace mentire, mettere maschere. Non sono simpatico né socievole e generalmente quando vedo chi stupra la musica, mi girano i coglioni e lo paleso. E non parlo di qualità della musica, ma di attitudine nel farla e portarla in giro sui palchi. Mi piacerebbe ci fosse più voglia di fare cose assieme, di collaborare, se davvero vogliamo essere questa alternativa alle major. Ma ognuno ha il suo orto da coltivare, a quanto pare. Le realtà davvero aperte e stimolanti sono poche, ed è per questo che sono e resto in Garrincha, perché in tutti i limiti naturali che ha, di certo non ha paura a fare le cose. A farsi le seghe siamo bravi tutti, a trovare con chi fare l’amore si è già in meno.

Cosa farà Mattia da grande?

Musica. Ho iniziato a farla da bimbo, non riesco ad immaginare di smettere di comunicare al mondo attraverso uno dei pochi mezzi in cui so esprimermi; chi mi conosce sa che non sono particolarmente socievole. Questo è il mio mezzo. Vorrei poi aver la forza di scrivere di più, di imparare di più, di sviluppare la mia passione per i videoclip. Mettere su famiglia, presto; essere un padre dignitoso. Magari ad Ivrea, in una casa tranquilla, tra la mia gente.