domenica 2 novembre 2014

[INTERVISTA] Francesco De Leo: l'infanzia, l'Italia, L'Officina Della Camomilla, Garrincha, l'indie e la silenziosa svolta solista.

Il prossimo 4 novembre uscirà uno dei lavori più attesi della scena indie italiana: Senontipiacefalostesso Due de L'Officina Della Camomilla, a più di un anno di distanza dal primo capitolo. In realtà l'album da qualche giorno è già disponibile in anteprima su Yotube e Spotify.

Francesco De Leo è il giovanissimo leader storico di una formazione che in più di 5 anni di vita ha già visto diversi sconvolgimenti: da band senza label discografica tra le più più amate su Youtube fino a Garrincha Dischi, grazie alla quale il successo si è amplificato.

Ci tenevo ad intervistare Francesco, personaggio abbastanza schivo in un'epoca in cui anche nella scena indie l'immagine e la comunicazione stanno diventando armi usate in modo sempre più aggressivo.

Le sue canzoni e suoi testi hanno un impatto comunicativo non immediato ma suggestivo, denso di immagini apparentemente sconnesse, surreali e sognanti che solo un ascoltatore ben disposto può afferrare. Anche il timbro vocale di Francesco è molto particolare, non di particolare talento ma molto originale e da timido adolescente. Un autore fuori dal tempo innamorato della canzone e della lingua italiana.

Di seguito la bella e lunga chiacchierata con Francesco che parla della sua tormentata infanzia, della musica italiana, il concetto di indie, il percorso musicale dall'Officina a Garrincha fino al controverso progetto solista.

Ne viene fuori l'autoritratto allucinato e visionario di un autore fuori dal tempo, schivo, complesso e non sufficientemente compreso. Nemmeno dai suoi stessi fan.

 Officina Della Camomilla
foto: Anna Della Badia Photography

Hai cominciato a comporre canzoni giovanissimo. Parlaci un po’ della tua infanzia e della tua crescita musicale. 

Ho vissuto fino all’età di cinque anni a Chiavari, ero un bambino credo felice. Poi mia madre ha scelto di spostarsi a Milano per lavoro e da lì credo sia sorto dentro di me uno strano meccanismo di rifiuto universale contro il mondo. Ricordo tuttavia con tenerezza la mia infanzia meneghina, molto fredda e buia. Ho iniziato a suonare la chitarra classica in prima media nella scuola sperimentale musicale Vivaio, che ho frequentato solo per il primo anno prima di ritrasferirmi in Liguria, nella desolante Rapallo (fra l’altro l’Ilaria Curioni [tastierista dell'Officina, ndr],  era nella sezione B, io nella C).
Questi passaggi di realtà dalla città alla provincia mi hanno non poco destabilizzato. Passare da una metropoli ad un piccolo paesino della riviera ligure è un’esperienza terribile, è la ghigliottina. Vivere e andare a scuola in Liguria è molto più alienante che in altri luoghi, il mare e la bellezza dei paesaggi si annullano. Da qui la mia carriera scolastica ha avuto una spaccatura non indifferente, dal distinto sono passato rapidamente all' insufficiente. A scuola in quel periodo non ci andavo più. Preferivo dedicarmi a lunghe passeggiate sperduto nei monti. Volevo tornare a tutti i costi a Milano, così in secondo liceo ho convinto mia madre a ritornarci fingendomi malato di cuore. Una volta sbarcato però, non ho ritrovato affatto quel che avevo perduto. Anzi, ho provato un forte senso di nausea e oblio grigio. Uno dei miei migliori amici s’era appena convertito al fascismo e distribuiva volantini per Forza Nuova. Frastornato e tagliato fuori dal mondo-Milano, ho trascorso due anni chiuso in casa 5 giorni su 7. Ero diventato pazzo, autistico, esiliato, visionario. Uscivo solo per giocare a calcio o andare dal mio psicologo guru. Ho iniziato in modo compulsivo a comporre musiche e colonne sonore e le caricavo sui vari Myspace e Qoob. Come un recluso, trascorrevo tutto il tempo ad ascoltare dischi e a strimpellare tastiere e chitarre. I miei fedeli compagni di delirio sono stati per lo più Luigi Tenco e Piero Ciampi: sono stati dei genitori adottivi. Dal lato della musica contemporanea invece ero stato stregato ingenuamente dagli Strokes. Completamente fottuto. C’è chi nel ‘91 ascoltava i Nirvana, e chi nel 2001 ascoltava gli Strokes. E’ questione di annate e di fortuna. Presi lezioni di chitarra classica ed elettrica. Non studiavo mai, imparavo tutto a memoria e mi andava sempre di lusso. Diciamo che per il 50% sono autodidatta, vado ad orecchio  e non conosco tutti i nomi degli accordi, che bello!
Ora sono in perpetuo vagabondare nel triangolo industriale Torino - Milano – Chiavari:  è il mio triangolo delle bermuda. Prendo un casino di treni regionali arrugginiti e lenti: tagliano i campi.

Quali artisti ti hanno più influenzato?

Dal fondo delle mie prigioni, ho ascoltato molto: Paolo Conte, Stereolab, Velvet Underground, Television, Pink Floyd, Stooges, De Andrè, De Gregori, Joy Division, Smiths, Gian Maria Testa, Flavio Giurato, Spaceman 3, Claudio Lolli, Ivan Graziani, Ivano Fossati, Glen Branca, Prokofiev, Mussorgsky, Beat Happening, Einstürzende Neubauten ecc. Elenchi infiniti.

L’Officina della Camomilla è nata da pochi anni ma ha già una storia piuttosto movimentata da raccontare con diversi cambi di formazione. Prova a riassumerla.

Formazioni camaleontiche impossibili da riassumere, se non così:

- Francesco De Leo - Stefano Poletti - Matilde Calza
- Francesco De Leo - Stefano Poletti - Beatrice Zanantoni - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Beatrice Zanantoni - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Beatrice Zanantoni - Niccolò Di Gregorio - Anna Crayon - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Manuela Puglisi - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo- Claudio Tarantino - Marco Amadio
- Francesco De Leo- Ilaria Baia Curioni - Anna Viganò - Marco Amadio - Claudio Tarantino
- Francesco De Leo - Ilaria Baia Curioni - Anna Viganò - Marco Amadio - Gaetano Polignano

Inizialmente l'Officina cantava “In Italia il disco te lo fai da solo” poi è arrivata Garrincha Dischi. Come è avvenuto questo passaggio? Come ti trovi nella famiglia di Matteo Romagnoli?

Sì, gran bei tempi quelli! Registravo tutto quello che volevo come volevo quando volevo. Diciamo che siamo approdati in Garrincha tramite Lodo Guenzi che era infuocato con l'Officina ed aveva fatto sentire delle canzoni a Matteo. Così una volta ci siamo beccati a Trento, e abbiamo deciso di provare a registrare prima un ep che poi s’è trasformato in una marea di canzoni per sfociare nei successivi Senontipiacefalostesso 1 e 2. Ho sempre pensato a questi dischi come un impossibile lavoro archeologico, per riportare alla vita brani scritti in un’età molto acerba. Acerba, ma tuttavia lucente. Diciamo che i lavori della Garrincha non mi entusiasmano molto. Non credo di appartenere al filone imposto tipo Stato Sociale o L’Orso. Non trovo affinità. La cura per i suoni è molto scarsa, credo ci siano troppe forzature. L’Officina non è un gruppo pop. Con queste produzioni però, s’è fatto di tutto per farla diventare tale.

Una domanda che faccio a chiunque incontro: cosa è per te la musica indie?

L’Indie è un gran contenitore di robe strane. Eclettica e derivata, la musica indie è il mix delle culture musicali che restano a galla, nella nostra putrida deriva storica  contaminata, mediocre, didascalica. Credo che i testi siano la cosa peggiore. Abbiamo avuto i migliori cantautori del mondo e si fa di tutto per farli morire. Non v’è passaggio di tradizione alcuna. Le prime forme di canzone italiana derivano dai canti anarchici. Detesto gli ibridi di elettronica e testi apparentemente antropologici, sembra quasi che i ragazzi d’oggi non abbiano più cuore, sembra che sappiano solo descrivere quello che fanno o vedono o frequentano, formando così le varie parrocchie della moda del momento e contro-moda del tempo da deridere reciprocamente. Credo che non sia interessante sapere cosa una fa. Credo sia più interessante sapere uno cosa non fa. Il mondo è un fottuto acquario sospeso nel vuoto, manco sappiamo cos’è. Fra l’altro esploderà assieme al sole, è inutile parlare di quello che c’è. Diciamo che l’indie è il genere più debole fra tutti i generi. Non è un cavallo di razza, piuttosto una iena meticcia che ride in un modo particolarmente stupido. Sopraffatti dagli anglofoni affondiamo assieme alla nostra bellissima lingua.

Spesso alcuni detrattori ti accusano di avere un modo di cantare fastidioso. Cosa vogliamo rispondergli?

Sono contento di provocare dolore. Sono sadico, non so cantare.

I tuoi testi sono una peculiarità, densi di immagini suggestive, sognanti e apparentemente sconnesse. Come nasce tutto questo?

I miei testi sono frutto di quel che vedo e di come lo vorrei modificare. Non è nonsense. Il senso c’è. Solo in pochi evidentemente sono in grado di capirlo. Mi dedico all’evocare sensazioni e dimensioni. Le dimensioni e le sensazioni che ho vissuto nella mia vita. E’ addolcire la pillola in un modo malato, ossessivo, esagerato, magari surreale o iperreale sì, ma non nonsense. Chi scambia l’Officina col nonsense commette un errore. Vedo i testi e la musica come un cinema. Proietto le mie immagini cariche di deliri, è un delirare, errare. Delirare drogastico, alcolico, giovane e saggio assieme. Parlo di come fuggire dalla Milano Città Mostro di Vestiti. Parlo di vandalismo. Parlo di come uccidere la noia. Se sono sconnesso è perché lo sono davvero.

Nella canzone “La tua ragazza non ascolta i Beat Happening” urli “Siamo pieni di droga!”. Dicci di più.

Preferisco la prima versione di questo brano. La versione Garrincha sembra un jingle pubblicitario della Kinder. La mia l’ho registrata in una notte di agosto. E niente, parla della gran corsa da drogati che credo più o meno tutti abbiamo provato. Non so, quando sei fatto e corri è una gran sensazione. La parte più importante del testo è la piccola strofa “e io corro con te e sbatto la testa sulla tua”. Mi sono sempre immaginato due ragazzi che scappano da Milano attraverso la pianura in uno scoppio di Lsd marittimo. La corsa, la fuga, l’addio. Dio.

Rispetto a tanti colleghi dell’indie italiano sei abbastanza schivo nei confronti dei tuoi fan. Che rapporto hai in realtà con loro?

Si loro sono sempre molto gentili, timidi, casinari e innamorati. Io sono schivo nella vita in generale, poi dipende dalle sere dai giorni. Non uccido nessuno, poi chissà. Diciamo che sono sempre perso in giro, sempre sui treni, sempre frastornato, non ho il cellulare: sono un ragazzo d’altri tempi.

Le tre canzoni dell’Officina da te preferite.

Mah, non lo so, non è che mi piacciano tanto. Sono arrivato al punto di odiarle. Forse Dai Graffiti Del Mercato Comunale è una che mi piace sempre cantare. Ha qualcosa in più delle altre.
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Descrivi in poche parole “Senontipiacefalostesso Due”, in uscita il prossimo 4 novembre e in anteprima da venerdì scorso su Youtube e ora su Spotify.

E’ una raccolta di brani storici più qualche inedito. E’ indiscutibilmente pop; più che la musica io direi di ascoltare i testi, di tralasciare il cantato e capire bene le parole. I testi sono la cosa più importante. Alcune canzoni non le avrei messe, però amen. Il disco è stato registrato sotto l’effetto dell’amnesia lemon, famosa erba d'Olanda.

A settembre, quasi in punta di piedi, è stato pubblicato su Youtube Soutine Twist un tuo lavoro solista lungo più di due ore e quasi esclusivamente strumentale. Perché hai sentito l’esigenza di questo album?

Soutine Twist credo sia la cosa migliore che abbia fatto quest’anno. E’ un disco nato spontaneamente tra l’arco della primavera e la fine dell’estate. Chiaramente è un disco di contrabbando. Mi sono arroccato nella mia città natale Chiavari ed ho riscoperto definitivamente la sua bellezza, la sua pace, le sue sbronze all'osteria da Vittorio sin dal 1925.Volevo parlare della Liguria, terra morta. Volevo far conoscere la Colonia Fara, ex colonia estiva fascista poi scuola elementare  e da una quindicina d’anni tramutata in un rudere romantico a 10 metri dal mare dove spesso faccio una nuotata. Molto struggente, post-mondo. Ho voluto registrare i suoni locali, tra cui una meravigliosa messa, poi distorta e modificata con molti strati di delirio ludico. L’unico brano cantato “Soutine Twist” è stato registrato con un mini-registratore della Sony nella piccola cappella di un cimitero sopra Leivi. Difatti ho una voce molto spettrale. Sono andato a catturare i suoni dei miei veri sentieri, degli ulivi e delle chiese. Dei gabbiani, dell’aria e della pioggia. Volevo consacrare questo 2014, intrappolarne i rumori, testimoniare. Alcuni suoni metropolitani sono stati catturati a Torino, Bologna e Milano perché spesso mi ci ritrovo. Mi sono innamorato della pittura di Soutine l’anno scorso ad una sua mostra al Palazzo Reale: lo trovo molto affine a me come stortezza. Inoltre è stato un grande vagabondo. In questo grande archivio che dura più di due ore, c'è tutto il mio ventitreesimo anno di vita, tutta Trenitalia. Sono  musiche strumentali, sproloqui allucinanti, jam session, cose punk. C’è anche un lungo brano strumentale dedicato a Peter Fechter, un muratore tedesco di diciotto anni morto perché una guardia comunista gli sparò in pancia, mentre tentava di passare a Berlino ovest, forse per la Coca Cola. Credo che la sua agonia sia per certi versi simile alla nostra gioventù contemporanea, lasciata a morire. Tutto questo vagabondare e delirare formano una mappa, con le sue precise tappe in un percorso da seguire. Se vuoi pinkfloydiano o alla Fetus di Battiato: cupo, anticaleidoscopico, bizzarro. Impossibile da ascoltare tutto. A bassissima qualità, non mixato, completamente autoprodotto. Per chi volesse impazzire o è già un pazzo di suo lo può trovare integrale su Soundcloud https://soundcloud.com/francesco-de-leo-91/sets/soutine-twist

Un lavoro che sembra differenziarsi abbastanza dalle ultime produzione de l’Officina.

Sì, diciamo che ho voluto tracciare un confine tra me e l’Officina. L’Officina la guardo un po’ come un progetto un po' lontano di quando ero adolescente. Adesso sono cresciuto e vorrei smarcarmi da questa piega e stravolgere completamente le carte in tavola.

Chi sarà Francesco De Leo tra 10 anni?

Tra dieci anni continuerò a suonare e a smarrirmi per questi labirinti. Resterò in Italia: ha bisogno anche lei di qualcuno che la sappia raccontare.